Immagini iconiche: la rivolta di Soweto

Prima del 16 giugno 1976, in pochi avevano prestato attenzione alla feroce apartheid in corso in Sudafrica, basata sul principio che i diritti politici e il benessere economico dovessero essere riservati alla popolazione bianca. Quel giorno migliaia di studenti di Soweto scesero in strada per protestare contro l’introduzione obbligatoria, nei loro programmi scolastici, della lingua Afrikaans, derivata dal dialetto olandese del XVII secolo, e parlata dagli occupanti e segregazionisti stranieri. Lungo il percorso della marcia si aggiunsero giovani da altre scuole, fra i quali il tredicenne Hector Pieterson.

Al accendersi alcuni scontri con la polizia, a un certo punto, vennero lanciati dei gas lacrimogeni. Mentre gli studenti brandivano sassi, le forze dell’ordine rispondevano con veri proiettili sulla folla. Sam Nzima, autore dello scatto, e reporter del quotidiano World , organo della Johannesburg nera, si era inizialmente allontanato, ma tornato sulla scena, vide Hector abbattersi sotto la pioggia di colpi da armi da sparo, e fotografò Mbuyisa Makhubu nell’atto di raccoglierlo da terra e trasportarlo in braccio, in una corsa disperata con la sorella del ragazzo.

Quella che era iniziata come una manifestazione pacifica, si trasformò in una rivolta dove centinaia giovani persero la vita in tutto il paese. L’allora primo ministro, John Vorster, dichiarò che il governo non si sarebbe lasciato intimidire. Nzima, però, riuscì a pubblicare la fotografia e mostrare al mondo intero l’inaudita violenza di cui gli studenti erano stati vittime.

Dovette vivere in clandestinità a lungo, per proteggersi da minacce di morte, ma ormai l’opinione pubblica estera non poteva più ignorare l’evidenza dell’oppressione della popolazione nera del Sudafrica. I semi di un’opposizione internazionale erano stati gettati e, pur con lentezza, germogliarono diciotto anni dopo, nel 1994, con la fine del regime razziale.

Lascia un commento

Orgogliosamente fornito da WordPress | Tema: Baskerville 2 di Anders Noren.

Su ↑