
I curdi hanno assunto un ruolo globale per aver combattuto in prima linea, contro il sedicente Stato islamico (Isis per la sigla in inglese) in Siria e Iraq, e al fianco della coalizione militare e di stabilizzazione, istituita nel 2014, su iniziativa di Stati Uniti e altri alleati, a margine del vertice Nato di Newport. In questa guerra, durata fino al 2019, l’alleanza curdo-araba delle Forze democratiche siriane, e i peshmerga della regione autonoma del Kurdistan iracheno, sono stati la spina dorsale della lotta di terra al cosiddetto Califfato, provocando la sua sconfitta con la caduta della roccaforte di Baghuz. Le forze curde in Siria e Iraq hanno pagato un prezzo molto alto, di circa 14 mila caduti e oltre 20 mila feriti.
Dalla dissoluzione dell’Impero ottomano, nel 1922, i curdi sono stati al centro di complesse vicende geopolitiche. Sebbene siano il quarto dei maggiori gruppi etnici del Medioriente, con una stima di 35-40 milioni, e possiedano un’identità propria, con costumi millenari, non hanno mai ottenuto uno stato indipendente. Si sono, quindi, trovati a vivere nella posizione di minoranze discriminate nei paesi dove risiedono, in quanto la loro area ancestrale sulle montagne del Kurdistan (terra dei Curdi), nel corso della storia, è stata divisa fra Turchia, Iran, Iraq e Siria. Il loro mancato riconoscimento risale agli accordi posteriori alla Prima guerra mondiale e, di fatto, si tratta del più grande popolo al mondo senza nazione.
Le aspirazioni statuali, e la tutela dei diritti umani, di questo popolo, che ha contribuito a proteggere l’intera comunità internazionale dalla minaccia jihadista, sono state tradite dal disimpegno degli Stati Uniti, la cancellazione dell’amministrazione autonoma curda, Rojava, nel nord e l’est della Siria, con limitazioni dell’espressione culturale e politica, e dall’indifferenza dell’Europa, che pure era stata colpita con durezza dal terrorismo di stampo islamico. Nelle cronache recenti, si trovano di nuovo sotto attacco, a causa di repressioni violente, da parte del governo di transizione di Ahmed al-Shara, autoproclamatosi presidente nel 2025, in sostituzione del controverso Bashar al-Assad, in carica dal 2000 e durante la guerra civile. Al-Shara, militante di al-Qaida e Isis, dal 2013 al 2024, era inserito nella lista dei terroristi, redatta dagli Stati Uniti, con una taglia di 10 milioni di dollari. L’autonomia del Rojava, dal 2012, è stato un esperimento politico e sociale fondato sui principi del “confederalismo democratico”. La regione ha autogestito il proprio territorio promuovendo la democrazia dal basso, la parità di genere e l’inclusione multiculturale.
Dalla metà di gennaio, secondo Genocide Watch, organizzazione non-governativa con base a Washington, l’esercito di al-Shara ha posto in essere una campagna coordinata di annichilimento dei curdi, attraverso guerra di droni, tattiche di assedio, uso di milizie mercenarie, strategia del terrore e sfollamenti di massa, incluso ad Aleppo. Il governo di transizione sta minando le condizioni basiche per la sopravvivenza con blocchi stradali militarizzati, la restrizione dell’accesso di forniture di cibo e medicine, il taglio di acqua ed elettricità, rapimenti, violenze e umiliazioni. Per Genocide Watch vi sarebbe “una convergenza di distruzione e destabilizzazione da multiple direzioni”. Kobani, città simbolo della vittoria sull’Isis, è stata spinta al collasso. La Mezza Luna Curda riporta che le persone, durante l’inverno, hanno dovuto ricorrere alla neve sciolta per idratarsi e bambini sono deceduti per ipotermia. Una dichiarazione ufficiale dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu descrive le privazioni come “non collaterali”, ma “sistematiche, prolungate e letali”.
Franzie Schatz, di Genocide Watch, afferma che si stanno applicando forme di violenza specifiche sulle donne, incluso l’abuso sessuale. Uno degli atti più brutali documentati è l’uccisione dell’ex combattente curda Denîz Ciya, la quale dopo la cattura è stata fatta precipitate dal tetto di un edificio nel centro cittadino. La diffusione di immagini da parte dei miliziani siriani, che hanno mostrato l’oltraggio subito dal suo corpo, è un messaggio per quanti intendano opporsi e un monito riguardo alla libertà e l’autonomia delle donne curde che si intende cancellare dalla vita pubblica. Un video mostra in rete un miliziano siriano che esibisce come trofeo la treccia recisa di un’altra ex combattente, chiamandola “compagna”. Il gesto rappresenta una grave forma di dissacrazione del corpo delle donne e un affronto all’identità curda e femminile. Nella cultura curda, spiega Schatz “la treccia simboleggia la memoria collettiva, la connessione con la terra, il lignaggio e le tradizioni, che si tramandano di generazione in generazione”.
Per Genocide Watch, l’escalation non è da considerarsi una crisi isolata, in quanto si inserisce in un ampio contesto storico di occupazione, controllo coercitivo, ingegneria demografica, sgomberi forzati, e oppressione strutturata. I curdi vengono perseguitati per le loro richieste di autonomia regionale, etichettate di illegittimità. Mentre la campagna militare ha generato un disastro umanitario, centinaia di donne curde intrecciano i capelli sui social media in segno di sfida, trasformando un atto di violenza in resistenza.

Questo articolo è stato pubblicato da Solidarietà Internazionale, rivista bimestrale di fatti, storie e racconti dal mondo, del Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale (CIPSI).
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