Il Brasile di Bolsonaro

Jair Messias Bolsonaro, politico e militare congedato, ha trionfato alle presidenziali del 2018, nelle file del partito social liberale , il nono al quale è stato affiliato dal suo primo incarico da assessore nel 1989.  Deputato più votato della precedente legislatura nello stato di Rio de Janeiro e, secondo l’istituto di ricerca e comunicazione Fsb, il parlamentare più influente nelle reti sociali nel 2017, si è reso famoso per il suo nazionalismo, la difesa della dittatura del 1964, la considerazione della tortura come una legittima pratica anti-comunista, e altre esternazioni controverse, che gli sono costate tre condanne in giudizio e circa 30 ricorsi in cassazione.

I primi risultati del suo mandato non sono lusinghieri: zero investimenti pubblici, zero investimenti privati, zero investimenti esterni; solo tagli, perdita del valore reale degli stipendi, e un tasso di disoccupazione del 14 per cento nella popolazione attiva. I mercati, che all’inizio lo avevano sostenuto, hanno perso attrazione per un presidente con una evidente mancanza di capacità di articolazione politica, enorme difficoltà nell’ottenere una maggioranza stabile nelle due camere, e con l’opposizione del tribunale supremo federale. Questa intervista a Iara Pietricovsky, antropologa e politologa, direttrice dell’istituto nazionale di studi sociali ed economici di Brasilia – organizzazione non-profit dedita a rafforzare l’incidenza della società civile, fa luce su alcuni aspetti allarmanti dell’attualità del paese.

MP:  La recessione, iniziata in Brasile nel 2014 e acuitasi fino a dimensioni storiche nel 2017, è stata determinata da una concomitanza di cause esterne e domestiche, economiche e politiche, strutturali e congiunturali, che hanno attraversato molti settori dell’economia, ma in particolare quello degli idrocarburi, con il collasso internazionale del prezzo del petrolio. Jair Bolsonaro ha contribuito a sanare l’incertezza e la mancanza di coerenza delle politiche economiche del governo di Dilma Rousseff, alle quali il neo-presidente voleva mettere mano?

IP:  La recessione non è ancora finita. Sono appena state abbassate le aspettative di crescita per il 2020, sotto l’uno per cento. L’economia non reagisce [si è verificata una contrazione dello 0.2 per cento, con la produzione industriale al 2.7 per cento, ndr]. Le misure di austerità di bilancio del governo, e la contestata riforma del lavoro, hanno piuttosto condotto a un ampliamento del divario socio-economico, fallendo nello stimolare lo sviluppo promesso in campagna elettorale. Un aggravamento delle condizioni di vita dei brasiliani è anche previsto di conseguenza alla riforma delle pensioni, madre di tutte le battaglie per ridurre il deficit fiscale. Venduta alla stregua di conditio sine qua non per la ripresa, si tradurrà in maggiore povertà e maggiori privilegi. Non è stata data dimostrazione di lungimiranza economica. La linea principale è quella della privatizzazione. Il processo è iniziato con Petrobras, ma è stata annunciata la vendita di altre compagnie statali, e la privatizzazione di settori pubblici, come l’educazione, con il fine di fare cassa per pagare le imminenti scadenze degli interessi del debito pubblico [il debito in Brasile è arrivato al 7 per cento del Pil, ndr]. Al momento, non c’è un progetto di paese, né politico, né sociale, né económico. Fin qui, il percorso di Bolsonaro è irto di contraddizioni. Il governo ha dichiarato che assicurerà il prezzo del gas, provvedimento in evidente contrasto con l’idea di libero mercato che si intenderebbe promuovere. In definitiva, è il peggior scenario possibile.

MP:  In anni recenti, il Brasile aveva realizzato una significativa riduzione della disuguaglianza: l’indice di povertà si era più che dimezzato, calando al 20 per cento, e la disparità negli ingressi salariali era scesa dallo 0.60 allo 0.52. Di fronte al protrarsi della crisi economica, qual è la risposta del governo di Bolsonaro rispetto alla continuità di politiche e programmi sociali che avevano permesso, fra gli altri, la progressiva formalizzazione del lavoro, l’accrescimento delle entrate famigliari e l’allargamento della scolarizzazione?

IP:  La squadra del presidente Bolsonaro ha tutte le risposte per il degrado dello stato sociale e l’esacerbazione delle disparità. Sono state demolite le politiche per l’istruzione, l’occupazione e il reddito, lo sviluppo agricolo e il medioambiente, la casa e le strutture igienico-sanitarie. Il disfacimento è avvenuto attraverso drammatiche recisioni delle risorse. Solo nella prima metà del 2019, sono stati contratti 31 miliardi di reis, con l’indebolimento delle istituzioni. Di fatto, il ministero dell’ambiente cessa di esercitare i propri compiti di vigilanza sui parchi nazionali, ora a rischio di chiusura. Un altro esempio è quello di rendere inefficace il censimento del 2020, assottigliando le informazioni necessarie per l’attuazione e la valutazione delle politiche sociali.

MP:  La corruzione è un problema chiave per la performance macroeconomica. In generale, i paesi latinoamericani ne hanno la stessa percezione delle economie avanzate. Un miglioramento della percezione della corruzione può aumentare il Pil pro-capite dal 12 al 35 per cento.   Il Brasile, invece, nonostante il suo livello di sviluppo, e l’ondata di scandali in cui è stato travolto, ha una percezione inferiore della media regionale. Quali elementi rendono unica questa situazione?

Le casse pubbliche prosciugate da meccanismi illeciti, o legali ma immorali, sono più massicce del volume della corruzione. Solo l’evasione fiscale corrisponde al 7-9 per cento del Pil, qualcosa come 570 miliardi di reis. Le insolvenze delle aziende, soprattutto di quelle di grandi dimensioni, con la sicurezza sociale, il fondo di garanzia dei lavoratori, e il fisco, da sommare all’evasione, rappresentano valori di gran lunga superiori a quelli della ricetta economica proposta dal governo. Per esempio, la riforma delle pensioni arriverà ad accumulare un risparmio di non oltre mille miliardi di reis. I debitori del governo sono i più ricchi, e questi sono coloro che in proporzione pagano meno imposte. Il senso di discriminazione e impunità è molto grande, in special modo in tempi di disoccupazione e rigore.

MP:  Il presidente Bolsonaro si è dichiarato contro le restrizioni per il possesso personale di arma da fuoco e la prosecuzione giudiziaria di agenti delle forze dell’ordine coinvolti in uccisioni in servizio. L’esecutivo, vice-presidenza compresa, è stato affollato con ufficiali attivi e in pensione. Questo primo semestre dal suo insediamento è stato caratterizzato da proteste, per ragioni simili e diverse, da parte del movimiento feminista, i popoli indigeni e la comunità Lgbti. Cosa ci si può aspettare sul versante dell’agenda dei diritti umani?

IP:  Bolsonaro dimostra di avere una visione obsoleta e retrograda su qualsiasi questione rilevante per i diritti umani, sebbene sia costoso per la giustizia sociale e la sostenibilità che pure vuole essere parte delle sue politiche pubbliche. È un governo che ha smantellato ogni possibilità di costruire un paese inclusivo. Sette ministeri sono occupati da soggetti vincolati all’esercito. Ci sono oltre 130 membri delle forze armate nel governo federale. Le scelte del presidente capovolgono una pratica che, dall’archiviazione dell’epoca del totalitarismo, non prevedeva la presenza dell’esercito nelle istituzioni civili. D’altra parte, un buon numero di questi non sembra avere altri obiettivi se non il proprio nutrito stipendio. I moderati, che hanno dimostrato una certa dedicazione negli affari di governo, sono stati gradualmente licenziati. Rimangono i militari radicali. Ciò solleva una domanda su una relazione che non si sa bene quale direzione voglia prendere. Riguardo alle donne, è stata aperta una guerra contro le conquiste degli ultimi decenni: i conservatori sono impegnati nella negazione della violenza di genere e i gruppi pro-vita guadagnano terreno nella crociata contro i diritti sessuali e riproduttivi. Nel 2017 in media sono stare uccise 12 donne al giorno, con 4.453 omicidi e 946 femminicidi totali nel corso dell’anno. Nel 2018, Dial 180, servizio pubblico contro la violenza sulle donne, ha ricevuto fino ad agosto, 79.661 chiamate. Le politiche anteriori non sono state sufficienti per porre fine al razzismo, tra il 2003 e il 2013 gli omicidi di donne bianche sono diminuiti del 9.8 per cento, mentre quelli di donne nere sono saliti del 54 per cento. Se associamo questi dati all’emendamento costituzionale 95, che stabilisce il tetto della spesa pubblica, non ci sono prospettive per affrontare il patriarcato storico, il patrimonialismo e il razzismo. Anche la situazione delle nazioni autoctone si va deteriorando. Esiste una chiara determinazione a cancellare la demarcazione delle terre indigene a favore della frontiera agricola industriale e a porre fine all’attenzione delle differenze culturali, incluso nel delicato campo della salute. Un pacchetto legislativo ne minaccia i diritti a tutto campo con l’irruzione di infrastrutture e concessioni per l’industria estrattiva nei loro territori tradizionali.

 

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano indipendente online di geopolitica e politica estera Notizie Geopolitiche.

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  1. Bolsonaro si rifiuta di dare risposte sulla deforestazione dell’Amazzonia che il mese scorso ha registrato un aumento dell’88% rispetto al mese di giugno del 2018.

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