Spazi strategici: il Rimland

Fu Nicholas John Spykman, americano nato ad Amsterdam nel 1883, pensatore classico della geopolitica – professore alla Yale University dal 1925 e poi direttore dell’Istituto di studi internazionali -, a concepire la teoria del Rimland. Per Spykman ragionare in termini geopolitici equivale a pianificare la sicurezza di un paese a partire dalle condizioni geografiche che lo caratterizzano. Pubblicò quattro articoli nodali sull’American political science review: due dedicati al ruolo della geografia in politica estera, nel 1938, e un anno dopo, altri due, relativi agli obiettivi geografici negli affari internazionali.

La geografia viene precisata come “l’elemento determinante fondamentale della formulazione di una politica nazionale, in quanto è il più permanente […] Poiché le caratteristiche geografiche degli stati sono relativamente stabili e immutabili, le aspirazioni geografiche di questi stati restano le stesse nel corso dei secoli; e poiché il mondo non ha ancora raggiunto quella felice situazione in cui i bisogni di ognuno non entrano in conflitto con quelli degli altri, queste aspirazioni sono fonte di attriti”.  E così mentre l’insularità della Gran Bretagna, la spinge alla colonizzazione oltre oceano, la chiusura della Germania al centro dell’Europa, la induce a invadere gli stati vicini per evitare di essere soffocata e, forse, occupata.

Nella sua riflessione, Spykman ci fa notare che lo status di superpotenza è prerogativa degli stati molto grandi, con le rare eccezioni di Venezia, Paesi Bassi e Gran Bretagna che, per mezzo dell’egemonia sui mari, hanno governato imperi. La superficie, tuttavia, “non è la forza ma la forza potenziale”. Invero, può essere un punto di vantaggio o di debolezza e questo dipende “dalle conoscenze tecniche, dallo sviluppo sociale, morale e ideologico, dalle forze dinamiche all’interno di uno Stato, dalla costellazione politica del passato, e dalla personalità degli individui”.

Il componente essenziale per far sì che un paese di considerevole estensione diventi anche dominante è “un efficace controllo centralizzato, attuabile avendo a disposizione un efficace sistema di comunicazione dal centro alla periferia”. L’autore segnala, come gli inca, i persiani, i romani, i francesi, e i cinesi, abbiano conquistato e mantenuto i loro possedimenti servendosi di strade e canali, e come nella storia contemporanea ferrovie e aeroporti abbiano “reso possibile l’effettiva integrazione in zone più ampie”. E ancora più vitale della dimensione di uno stato, è la sua collocazione, nel mondo e in una regione particolare, che Spykman qualifica “il fattore più importante nella sua politica estera, in quanto essa è immutabile se non nell’arco di diverse generazioni”.

La teoria del Rimland è consolidata nel libro “La geografia della pace”, del 1944. Si focalizza sulla frontiera marittima dell’Occidente, su Atlantico e Mediterraneo, e i confini meridionali e orientali del continente asiatico, sugli oceani Pacifico e Indiano, dove il Medio Oriente funge da cerniera e fulcro energetico. Si tratta della fascia costiera dell’Eurasia, con infrastrutture portuali e accesso diretto alle rotte commerciali. È stata denominata Rimland, in contrapposizione alla teoria dell’Heartland – vasto entroterra tra la Siberia a nord, la Cina a est, l’Asia meridionale a sud e l’Europa a ovest -, proposta nel 1904, dallo studioso britannico Halford Mackinder. Spykman ribatte a Mackinder che ottenere la supremazia nel centro continentale non basta, dal momento che chi guida la regione intermedia, con la combinazione ideale di proiezione terrestre e marittima, può reggere non solo il destino dell’Eurasia, ma quello del pianeta.

Per Spykman, l’Heartland non può rappresentare uno snodo per l’Europa, dovuto al carattere agricolo della Russia occidentale, l’ubicazione delle strutture industriali a ovest degli Urali, la delimitazione dello spazio, a nord, est, sud e sud-ovest, da enormi ostacoli climatici e logistici per il trasporto delle materie. La sua critica a Mackinder è di aver sopravalutato l’Heartland dovuto a dimensioni, centralità e, in special modo, la vetusta ipotesi di supremazia terrestre su quella marittima. Il Rimland, invece, è un’area risolutiva per peso demografico, quantità di risorse naturali e opportunità di sviluppo industriale, la cui gestione concede una prerogativa economica strategica, soprattutto in termini di sicurezza energetica. Di conseguenze, è il luogo dove sono avvenute, e continuano a darsi, le maggiori tensioni di competizione geopolitica.

Questa teoria è stata a lungo utilizzata, ispirando la formula del “contenimento”, per impedire all’allora Unione sovietica e al comunismo di espandere la propria influenza nell’Heartland, durante la Guerra fredda, con l’insediamento di basi in Europa e in Asia, nonché la massiccia produzione di armi nucleari. È stata pure presa a giustificazione per l’interventismo americano nei conflitti in Medio Oriente e nell’Europa orientale, e l’installazione di altre zone militari. Nonostante l’evoluzione generale della geopolitica moderna e alcuni cambiamenti, tra cui l’ascesa di attori non statali e il declino degli stati nazionali come attori primari nelle relazioni internazionali, quella del Rimland resta rilevante per la comprensione degli equilibri globali e di recenti avvenimenti.

Esiste un trend, secondo Spykman, che porta alla definizione di stati in grado di esercitare un’ingerenza economica, commerciale e politica su territori ogni volta più cospicui. Cosciente della vulnerabilità del Rimland, e preoccupato dell’eventualità che un’unica entità potesse imporvisi, minacciando la stabilità mondiale, ha sempre promosso l’idea di stabilire alleanze marittime salde e permanenti. Sebbene ritenesse che gli Stati Uniti avessero l’abilità di soggiogarlo, ha anche previsto che avrebbero dovuto affrontare una forte concorrenza. È del 1938, l’asserzione “se il sogno della Confederazione europea non dovesse materializzarsi, è probabile che fra cinquant’anni il quadrumvirato dei poteri mondiali sarà costituito da Cina, India, Stati Uniti, e Unione Sovietica”.

Di fatto, l’Unione europea venne sì costituita nel 1992-93, ma senza condurre alla formazione di istituzioni capaci di incidere nell’ordine mondiale, né sul piano etico né su quello politico-economico. La Cina, al contrario, si è trasformata in una nuova superpotenza grazie al motore industriale e il primato tecnologico, accompagnati da una sagace diplomazia. L’India, poi, si è affermata attraverso una crescita record che l’ha resa la quarta economia mondiale, sorpassando il Giappone. E il disfacimento dell’Ussr, a partire dal sabotaggio della perestrojka di Mikhail Gorbachev, non ha impedito alla Federazione russa di conservare una parte di rilievo nello scacchiere geopolitico.

La visione spykmaniana è, inoltre, in grado di spiegare meglio di qualsiasi altro quadro teorico le prospettive e le ambizioni della Cina. Questa occupa una posizione centrale nel Rimland, per il volume della popolazione e la progressiva espansione della capacità produttiva. La Belt and road initiative (Bri), in particolare, è un caso di studio ideale per analizzare come la Cina ha articolato la sua postura strategica, per mezzo di strade e ferrovie, che la connettono all’Asia centrale, la Russia, e l’Europa, e porti e rotte, che la collegano al Sud-est asiatico, l’Oceano indiano, l’Africa orientale e il Mediterraneo. Ricordando che la Bri identifica, in maniera esplicita, la penisola europea come “destinazione finale”, con l’esclusione dell’India e il coinvolgimento attivo del Medio Oriente, il progetto mette in discussione, e sfida, tre dei quattro poli di potere della costa eurasiatica.

 

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