Almanacco: caduta dell’Impero romano d’Occidente

Il più grande che l’Eurasia occidentale abbia mai visto, l’Impero romano si estendeva, da un lato, dal Vallo di Adriano all’Iraq settentrionale e, dall’altro, dalla foce del Reno ai monti dell’Atlante nel Nord Africa. Era più vasto degli imperi medievali europei e, persino, dell’attuale Unione Europea allargata. Misurato in termini della velocità del funzionamento burocratico e della risposta militare dell’epoca, ovvero quarantacinque chilometri al giorno, era circa dieci volte quanto appaia sulle ricostruzioni cartografiche. La sua durata fu straordinaria: mezzo millennio, dal 27 a.C. (incoronazione di Ottaviano Augusto) al 476 d.C. (deposizione di Romolo Augusto), con l’eccezione di Transilvania e Britannia, dove si impose per centosettanta e trecentocinquanta anni.

Se iniziando dallo storico Edward Gibbon, fra il 1776 e il 1789, la causa della sua caduta, con la perdita della parte occidentale, venne attribuita ai presunti effetti problematici della cristianizzazione e la “bizantinizazione”, nella prima metà del secolo scorso, l’attenzione si concentrò su una serie di criticità interne, come la crisi economico-finanziaria e il caos politico. L’interpretazione si basava su varie complicazioni esistenti nel III e il IV secolo, associate all’inflazione, e l’aumento delle imposte sull’agricoltura, motore principale della prosperità imperiale.

L’opinione diffusa dei ricercatori era che l’eccessiva tassazione, terminando per affamare i contadini, avesse generato un lento, ma significativo, declino demografico. I proprietari terrieri, con sempre meno proventi, tra iperinflazione e calo della produzione, avrebbero smesso di candidarsi e prestare servizio nei governi locali. Ne sono testimonianza leggi del tempo, concepite per costringerli a ricoprire incarichi pubblici che, in precedenza, si contendevano, e la diminuzione, a un sesto, delle epigrafi onorarie e autocelebrative degli alti funzionari, ogni anno, commissionate per essere esposte alla cittadinanza. Del resto, anche i vertici politici versavano in uno stato di simile scompiglio, al punto che, in pieno III secolo, si susseguirono imperatori di breve durata, spesso in competizione simultanea.

Questo consenso è stato messo in discussione da scoperte archeologiche degli anni cinquanta e settanta che portarono alla luce un’economia più florida di quanto si fosse ipotizzato. Escludendo luoghi marginali della Britannia settentrionale e della Gallia nord-orientale, il IV secolo si è rivelato il momento di massima attività agricola, misurata in numero di insediamenti, dell’intera storia romana, e non il minimo, come supponevano i vecchi paradigmi. La presenza di un’ingente popolazione rurale non dà conto della povertà dei braccianti, ciononostante, la produzione rurale totale, e il prodotto interno lordo, furono maggiori nel tardo Impero che in qualsiasi fase precedente.

La crisi del III secolo non fu, quindi, innescata da un dissesto in ambito agricolo e monetario, piuttosto da shock esogeni, come la minaccia persiana. Dal 230, la dinastia sasanide aveva unificato e riorganizzato la regione dell’Asia occidentale, oggi Iraq e Iran, e creato una superpotenza rivale dell’Impero romano. Questa venne neutralizzata, ma ci vollero cinquant’anni di aggiustamenti militari e fiscali per mobilitare le risorse occorrenti. L’inflazione interessò i prezzi misurati in pezzi d’argento e rifletteva un minor peso di metallo prezioso in essi contenuto, dovuto alla necessità di coniare monete a sufficienza per pagare un esercito che cresceva a dismisura rispetto alle riserve. I patrimoni della nobiltà consistevano in terre e i loro prodotti, e in tesori d’oro e d’argento puro, nessuno dei quali perse valore.

L’ascesa della Persia spinse gli imperatori verso l’Oriente in modo pressoché permanente, creando un vuoto di potere in Occidente e alimentando le usurpazioni. Nel complesso, la situazione rese pressoché inevitabile che il tardo Impero romano dovesse essere governato con l’ausilio di due figure separate e lontane. La partecipazione nella res publica locale dell’oligarchia calò, in quanto lo stato confiscava i copiosi fondi destinati a sovrintendere i dipartimenti rurali per mantenere le campagne militari, togliendo prestigio agli organi preposti e spingendo i proprietari terrieri, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, verso il più vantaggioso servizio imperiale. La compagine amministrativa e fiscale, creata per l’organizzazione del finanziamento bellico, crebbe a dismisura, verso la metà del IV secolo, e divenne uno strumento clientelare.

Malgrado ciò non fu la burocrazia a cagionare la rovina dell’Impero nel V secolo, come argomentato da alcuni storici, se si pensa che una fetta dei suoi membri era travasata dalle antiche nobiltà romane dei consigli cittadini. E sebbene il contenimento della Persia, respinta ma non eliminata, assorbisse capitali a est, la divisione della reggenza imperiale generasse attriti e periodiche guerre civili, la produzione economica non fosse facile da incrementare con i mezzi dell’epoca, nel complesso, la crisi era circoscritta e si conservava una vivacità culturale, che permise l’integrazione, senza sforzo e contrasto, del cristianesimo nella civiltà classica, grazie a una serie di ingegnosi adattamenti. Infatti, dopo lo sfascio dell’Impero d’Occidente, la parte orientale continuò a operare e progredire con le stesse identiche istituzioni.

La risposta al quesito che sorge sulla giustificazione della caduta, al non evidenziarsi segni di sconvolgimento all’interno del sistema tardo romano, proviene da una seconda svolta intellettuale, guidata da indagini archeologiche e il corpus di prove storiche disponibili per l’Europa non romana. All’inizio del III secolo, unità sociali in opposizione a Roma si coagularono in entità più grandi – dai franchi alla foce del Reno, ai Goti sulla costa settentrionale del Mar Nero -, dando vita a trasformazioni significative. Nei primi quattro secoli d.C. l’Europa centrale e settentrionale conobbe una vera e propria rivoluzione economica, mediante un’intensificazione delle pratiche agricole e un massiccio incremento della produzione, addirittura specializzata, e del commercio.

La popolazione “barbara” aumentò in benessere e volume, e diede origine a strutture di autorità sociale, con evidenza di crescenti disparità pecuniarie e di status tra le diverse fasce, e un ruolo preminente assunto da un segmento maschile militarizzato. Le coalizioni non solo compirono incursioni di penetrazione nel territorio romano, mentre gli imperatori lottavano per fronteggiare la minaccia persiana, ma li costrinsero ad abbandonare alcuni dei possedimenti nella Germania meridionale, tra il Reno e il Danubio, e la Dacia, in Transilvania. Nel IV secolo, erano sottomesse a Roma in maniera parziale, contribuivano agli eserciti imperiali, ma richiedevano di regolari interventi, con aiuti esterni, per far fronte alle endemiche razzie transfrontaliere, e mantenerle sotto controllo.

Furono, altresì, le interazioni con il mondo romano a generare, o accelerare, condizioni cruciali che convertirono i subordinati di Roma in avversari letali. L’Impero romano stanziò una considerevole quantità di truppe lungo le sue linee di confine sul Reno e sul Danubio che necessitavano di approvvigionamenti e i cui soldati avevano un potere d’acquisto senza precedenti. Il contesto favorì l’espansione agricola per soddisfare l’enorme e redditizia domanda di generi alimentari e altri beni di consumo, fra i quali il cuoio. Inoltre, il mercato del lusso, in particolare di ambra e schiavi, iniettò opulenza nella cerchia germanica. Lo stesso valeva per i sussidi diplomatici che, sotto forma di doni annuali, rappresentarono un importante versamento regolare proveniente da Roma.

Queste fortune si dimostrarono funzionali al sostegno delle nuove gerarchie sociali e politiche antagoniste, mentre si scatenavano feroci lotte per l’accaparramento e il controllo delle fonti e dei flussi, anche alimentate da comunità stanziate in zone remote che si organizzavano e armavano con l’obiettivo di sottrarre i benefici da coloro che li monopolizzavano. Questo fu il fondamento dietro l’arrivo dei Goti ai confini danubiani di Roma nel III secolo. L’aggressione romana stessa contribuì a questo processo attraverso un altro meccanismo. Nelle cronache, fin dal I secolo d.C., una motivazione documentata, per la frenetica tensione verso l’aggregazione, era la ricerca di espedienti per resistere con efficacia alle offensive del dominio romano.

Un’ulteriore sequenza di eventi contribuì alla fine dell’occidente dell’Impero romano. L’improvvisa espansione degli Unni, dalle steppe eurasiatiche verso le regioni orientali dell’Europa, generò, in un breve lasso di tempo, due colossali ondate migratorie, tra il 376 e il 380 e tra il 405 e il 408, che non si trovò nelle condizioni di contenere e regolare. Entro il 440, le loro molteplici componenti si erano fuse in due smisurate federazioni, ciascuna molto più imponente di qualsiasi forza oltre la frontiera (ognuna di oltre 10 mila guerrieri): i Visigoti nella Gallia meridionale e i Vandali nel Nord Africa, che inflissero gravi danni all’ordine statale, dapprima decimando gli eserciti e poi impedendone la sostituzione, saccheggiando o annettendo aree chiave della base imponibile.

Le élite romane locali erano proprietarie terriere e non potevano trasferire i propri beni, l’unica scelta era dunque quella di stringere accordi man mano che le federazioni acquisivano una posizione dominante. L’Impero romano d’Occidente finì per dissolversi, a dispetto di robuste operazioni militari per risollevarne le sorti, talvolta con il sostanziale aiuto dell’Oriente romano, fino a quando le entrate diminuirono al punto da non essere in grado di impiegare forze efficaci sul campo contro l’espansione straniera. La congiuntura permise, a loro volta, agli anglosassoni e ai franchi di conquistare i territori romani in Britannia e nella Gallia nord-orientale.

È evidente l’effetto dei limiti endogeni dello stato romano, e l’incapacità di aumentare le entrate oltre le soglie del IV secolo, quando si impose la nuova crisi. La possibilità degli occupanti di svincolare i proprietari terrieri dalla loro fedeltà riflette la naturale debolezza del controllo esercitato a livello locale da una realtà così diffusa. Non è nemmeno da sottovalutare il fatto che il versante orientale dell’Impero fu sempre cauto nello scegliere le circostanze e l’entità del suo aiuto all’Occidente, laddove un unico leader avrebbe potuto essere disposto ad assumere rischi più alti.

Ma pur tenendo conto di questi elementi, fattori estrinseci furono la principale ragione del crollo dell’Impero occidentale. I limiti entrarono in gioco perché gli stranieri esercitarono un’energica pressione, ma non vi è alcuna indicazione che, da soli, lo avrebbero portato al collasso. Il principale fra quest’ultimi, ossia la mancanza di margine di manovra nell’architettura fiscale e militare per reagire alla crisi del V secolo, venne comunque plasmato dall’esterno, dal vigore della Persia. In aggiunta, gli aspetti contingenti della crisi interna non avrebbero avuto lo stesso effetto cumulativo senza le mutazioni generate nell’Europa non romana da secoli di interazione con l’Impero.

Se gli Unni fossero arrivati ​​nel I o il II secolo, il tipo di gruppo germanico che avrebbe potuto attivarsi non sarebbe stato abbastanza cospicuo (poche migliaia di guerrieri) o coeso da sopravvivere al primo scontro con Roma. Allo stesso modo, le dinamiche di amalgama politica necessarie per generare concentrazioni di combattenti della scala dei Visigoti o dei Vandali del V secolo, sarebbero stati così complesse, dovendo coinvolgere tante piccole entità separate, che è improbabile che si sarebbero completate con successo prima dell’annichilamento.

Eventi incontrollabili hanno giocato la loro parte nel destino dell’Impero, scatenando reazioni a catena di enorme rapidità e portata nell’impatto. D’altro canto, per lo storico Peter Heather, il cui lavoro di ricerca, e pubblicazioni, hanno fornito il contenuto di questo articolo, “vi è una forte convinzione che il potere e la ricchezza dell’Impero romano d’Occidente abbiano creato, nel lungo periodo, la propria nemesi, generando forze avversarie abbastanza potenti da eguagliare la sua forza militare”. Sempre secondo Heather, “La caduta dell’Impero romano d’Occidente potrebbe ancora offrire insegnamenti che gli imperi moderni farebbero bene a ponderare”.

 

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