Grandi momenti della storia: la primavera dei popoli

La primavera dei popoli irruppe in Europa nel 1848 e coinvolse diverse realtà, tra cui la Francia e l’Austria, così come la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Germania, che all’epoca facevano parte dell’impero asburgico, e l’Italia, in quelli che allora erano il Regno delle Due Sicilie e il Lombardo-Veneto. La crisi economica del 1846-47 aveva acuito la povertà e generato malcontento sociale, alimentando le aspirazioni borghesi e liberali di autonomia decisionale nella vita economica e pubblica. Si trattò di un periodo segnato dall’obiettivo comune della lotta all’assolutismo. Si diffusero richieste di rappresentanza dei cittadini nella politica, attraverso istituzioni democratiche e carte costituzionali, e di maggiori libertà civili, come quelle di stampa e di associazione, quest’ultima vincolata alle problematiche dei lavoratori salariati e degli operai, delle periferie dei principali centri urbani; e, sopra ogni cosa, si consolidarono aspettative di indipendenza nazionale.
Il 12 gennaio 1848, si levò Palermo. Al Congresso di Vienna, del 1815, era stato deciso di riunire sotto la casa reale spagnola dei Borboni due regni che erano sempre stati distinti: il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli. Per mitigare l’insofferenza della classe dirigente siciliana, e sedare i moti avvenuti il 27 gennaio a Napoli, Ferdinando II accordò la costituzione, l’11 febbraio, ma in meno di due mesi, venne cacciato dalla Sicilia e un comitato dichiarò decaduta la monarchia. Ciò nonostante, a settembre, gli spagnoli iniziarono un’offensiva da Messina, seguita da Catania, e sei mesi più tardi, nel marzo del 1849, Palermo finì per capitolare. Lo stesso anno, a Napoli, il re, con l’ausilio di mercenari svizzeri, chiuse il parlamento e ripristinò la monarchia assoluta.
Il 22 febbraio, a Parigi, prese forma una massiccia protesta contro il rifiuto di estendere il diritto di voto, opposto da Luigi Filippo d’Orleans, alla fine di dicembre del 1847. Questa si trasformò in una battaglia, di fronte alla quale il sovrano, alle corde per scandali e accuse di malversazione, non oppose resistenza e abdicò. Il 25 febbraio, venne decretata la Repubblica. Solo dopo quattro mesi, però, il 23 giugno, l’insoddisfazione delle masse, per i propositi economici e sociali falliti della rivolta, condusse ancora a barricate. Il paese ne uscì con diritti falcidiati, fra cui il diritto di sciopero, e un mese più tardi venne eletto presidente Luigi Napoleone Bonaparte, dal 1852 Napoleone III, imperatore dei francesi.
Il 13 marzo, la repressione violenta di una dimostrazione di lavoratori e studenti, a Vienna, organizzata in occasione di una riunione della Dieta bassa austriaca, innescò due giorni di scontri che portarono alle dimissioni e alla fuga del cancelliere Metternich, simbolo della Restaurazione. Parte dell’esercito, si rifiutò di eseguire il comando di sparare sulla folla, che esigeva una costituzione e un governo liberale, ed era arrivata ad assediare il palazzo imperiale. L’imperatore Ferdinando I fu costretto a promettere una costituzione e la creazione di una guardia civile nazionale. A ottobre venne soffocata una nuova sollevazione, e Ferdinando I passò lo scettro a Francesco Giuseppe I, campione del vecchio assetto imperiale.
Lo spirito rivoluzionario si propagò nelle province austro-ungariche, che comprendevano tedeschi, polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, ruteni – slavi orientali di Ucraina e Bielorussia -, rumeni, slovacchi, serbi, croati e italiani. Tutti tentarono di conseguire l’autodeterminazione, se non addirittura l’egemonia su altre comunità. Oltre alle correnti nazionaliste, anche quelle liberali e socialiste avversarono il conservatorismo di lunga data dell’impero.
Questo onnipresente sentimento era soprattutto forte a Budapest e Praga, insorte rispettivamente il 15 marzo e il 12 giugno. Se la seconda tornò presto in mano all’ordine costituito, fu più difficile per le truppe di Francesco Giuseppe riprendere l’Ungheria, le cui difese caddero solo nell’ottobre del 1849. Il 16 marzo, s’inscenò a Venezia un tumulto spontaneo per ottenere una carta costituzionale, arrivando il 22 marzo a espellere gli austriaci e dichiarare l’indipendenza della Repubblica di San Marco. La Repubblica continuò per oltre un anno, prima di arrendersi per fame e colera, il 22 agosto del 1849.
Il 18 marzo, si ribellò Berlino, a causa di tensioni dovute al processo di industrializzazione, anni di cattivi raccolti e restrizioni della libertà politica. Federico Guglielmo IV dovette ritirare le truppe e avviare l’elezione di un’assemblea costituente prussiana a suffragio universale maschile. Tuttavia, la borghesia moderata si spaventò per le agitazioni sociali, tornando su posizioni che permisero al re di sciogliere l’assemblea e riacquisire il controllo.
Dal 18 al 23 marzo, ebbero luogo le Cinque Giornate di Milano. La sommossa fu di natura autonomista, frutto di una manifestazione seguita alla notizia dei fatti di Vienna. La resistenza all’esercito austriaco del maresciallo Radetzky culminò con il suo allontanamento forzato. Quando Carlo Alberto della casa Savoia, il quale aveva concesso, il 4 marzo, lo Statuto albertino al Regno di Sardegna, prodromo della costituzione italiana, arrivò in città, per intraprendere l’esperimento di unione di Milano con il Piemonte, si era già dato vita a un governo indipendente. La libertà sarà destinata a durare poco, Radetzky farà ritorno i primi giorni di agosto, in seguito alla disfatta militare di Custoza, il 26 luglio del 1848, e l’armistizio tra Piemonte e Austria, firmato dal re, il 5 agosto, che lasciò la popolazione indifesa.
A metà novembre, cominciarono i disordini a Roma, che era ancora territorio papale. Papa Pio IX si vide costretto a rifugiarsi a Gaeta. Venne, quindi, approntata una giunta provvisoria, incaricata di transitare fino alle elezioni, che si svolsero nel mese di febbraio del 1849, con la proclamazione della Repubblica Romana. La Repubblica durò pochi mesi, in quanto l’intera primavera passò in difesa da potenze straniere, in particolare francesi, accorse su petizione del pontefice. La differenza tra le due armate, una regolare e l’altra improvvisata, fu determinante.
Sebbene le insurrezioni furono sedate nel sangue, rafforzarono le coscienze collettive, posero le basi per i futuri processi di unificazione nazionale europei, e gettarono le radici costituzionali su cui molti paesi del continente ancora si fondano. L’assetto reazionario derivato dal Congresso di Vienna venne messo in discussione per arrivare a uno snodo cruciale e la costruzione del mondo, che passando per le guerre mondiali, arriverà fino ai giorni nostri.
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