Il Gruppo de L’Aia

Le decisioni che avrebbe dovuto assumere l’Unione Europea (Ue) le ha prese un’alleanza di circa trenta paesi, istituita il 31 gennaio 2025, per mobilitarsi contro l’impunità dei crimini di Israele e lanciare una strategia globale per arrestare il genocidio a Gaza. L’alleanza, i cui fondatori sono Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal, e Sudafrica, prende il nome di Gruppo de L’Aia, dalla città nei Paesi Bassi dove si è firmato l’atto costitutivo. Ne fanno anche parte Algeria, Bangladesh, Belize, Brasile, Cile, Cina, Gibuti, Libano, Libia, Indonesia, Iraq, Irlanda, Messico, Nicaragua, Norvegia, Oman, Palestina, Pakistan, Portogallo, Qatar, San Vincenzo e Grenadine, Spagna, Turchia, e Uruguay.

È più che evidente, ormai, che i postulati su cui si è costruita la narrativa dell’Ue – dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e rispetto dei diritti umani -, così come il pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia e la solidarietà, in cui dovrebbero essere tradotti, vengono applicati in maniera discrezionale, e funzionale, a interessi commerciali e adesione ad assi politici dominanti. Al contrario, il sud del mondo insegna una lezione importante a coloro che, pur erettisi a campioni o garanti del diritto internazionale, sono i primi ad aggirarne le regole per vantaggi economici o di influenza.

Il Gruppo, co-presieduto da Sud Africa e Colombia, ha approvato sei misure sostanziali: il divieto di consegnare armi, mezzi, carburante e altre forme di energia, o apparecchiature, a uso militare; l’interdizione del trasporto di quanto citato su vettori navali e aerei, e l’esclusione dei battelli contestati dai registri nazionali; la revisione degli appalti pubblici per individuare possibili legami con sistemi finanziari, società e aziende che appoggiano l’operato illegale di Israele; e il sostegno effettivo a mandati di giurisdizione universale, che consentono a stati o organismi internazionali di perseguire i crimini contro l’umanità avvenuti in Palestina. Questo pacchetto rappresenta l’iniziativa più completa e coordinata, e lo sforzo diplomatico più apprezzabile, in opposizione al controllo militare, la repressione violenta, e il regime di apartheid israeliani, mantenuti da oltre mezzo secolo, con particolare intensificazione nell’ultimo ventennio.

Il Gruppo ha, poi, dichiarato di avere l’intenzione di adottare altri provvedimenti per isolare Israele, rimuovere gli ostacoli presenti per la legittima aspirazione dei palestinesi alla propria autodeterminazione, e mettere fine all’occupazione israeliana dello Stato di Palestina, in adempienza allo stato di diritto, i trattati internazionali, e il principio di giustizia, essenziali per la coesistenza pacifica e la cooperazione fra i popoli. Il ministro degli affari esteri della Malesia, Mohamad Hasan, ha affermato che la comunità internazionale ha il dovere giuridico e morale di sottrarre a Israele gli “strumenti del genocidio”, anche identificando e bloccando le compagnie multinazionali che ne sostengono l’economia di guerra.

Mauro Vieira, titolare brasiliano agli esteri, ha parlato di “convertire l’indignazione in azione, la legge in giustizia, e la giustizia in pace”. Il Brasile si è unito all’accusa del Sudafrica di genocidio nei confronti di Israele presso la Corte internazionale di giustizia, sostenendo che il pretesto dell’autodifesa non può essere sostenuto nel contesto di un’occupazione militare e, va aggiunto, soprattutto quando il rapporto di forza è asimmetrico. In questo senso, il diritto internazionale non solo bandisce qualsiasi forma di violenza conducente o assimilabile al genocidio, ma la mancanza di reazione per impedirne il compimento è da considerarsi complicità. Il Brasile ha, inoltre, proposto la creazione di un comitato delle Nazioni Unite sul modello di quello designato nel 1962 per raccordare gli interventi mirati alla cessazione dell’apartheid in Sudafrica.

Ciò che viene prospettato si ancora su una solida base giuridica. Questa è costituita da procedimenti della Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale: le ordinanze nel caso Sudafrica vs Israele, del 29 dicembre 2023, che riflettono una seria preoccupazione in merito ai crimini di genocidio in Palestina, specificando che un numero significativo e diverso di membri si è sommato al caso in qualità di stati terzi, con la richiesta di condanna e immediata sospensione dell’offensiva in corso; il giudizio consultivo, del 19 luglio 2024, sulle “Conseguenze legali derivanti dalle politiche e le pratiche di Israele nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est”; il giudizio consultivo, del 9 luglio 2004, sulle “Conseguenze legali della costruzione di un muro nel territorio palestinese occupato”; le misure provvisorie richieste a Israele, il 26 gennaio, il 28 marzo, e il 24 maggio 2024, in osservanza dei trattati internazionali; l’ordinanza nel caso Nicaragua vs Germania, del 30 aprile 2024, che in relazione alla condotta di Israele a Gaza e il resto dei territori occupati, ricorda a tutti gli stati le prescrizioni sul trasferimento di armi a parti in conflitto, in quanto alla prevenzione ed eliminazione di ogni rischio che queste vengano utilizzate in trasgressione della Convenzione sul genocidio e le Convenzioni di Ginevra; e i mandati di cattura, del 21 novembre 2024, che indicano “ragionevoli motivi per credere che Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant [ministro della difesa nel governo Netanyahu VI, sino al 5 novembre 2024], in quanto rappresentanti dello stato più alti in grado, siano responsabili del crimine di guerra riferito all’attacco intenzionale diretto contro la popolazione civile, il crimine di uso della fame come metodo di guerra, e i crimini contro l’umanità corrispondenti a sterminio, persecuzione, e altri atti inumani”.

Il fondamento nell’ambito delle Nazioni Unite è molto amplio. Fra gli atti ufficiali di maggiore rilievo, si evidenziano: la risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu A/RES/Es-10/24, adottata il 18 settembre 2024, che ratifica il parere della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024, e l’impegno degli stati membri di ottemperare agli obblighi scaturiti dal diritto internazionale plasmati nella stessa, dando a Israele un periodo di dodici mesi per ritirare la propria presenza illecita nel territorio palestinese occupato; le risoluzioni del Consiglio di sicurezza, 418, del 4 novembre 1977, e 691, del 28 novembre 1986, che imposero un embargo obbligatorio all’invio di armi in Sudafrica per contrastare l’apartheid; e la risoluzione del Consiglio di sicurezza, 2334, del 23 dicembre 2016, che ribadisce che “la creazione da parte di Israele di insediamenti nel territorio palestinese occupato dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Il campo del Gruppo de L’Aia, dunque, è marcato da norme che prevedono vincoli di carattere erga omnes. Queste, per loro natura, sono di attenzione e competenza mondiale; e in virtù dell’importanza dei diritti lesi, di interesse per la loro protezione da parte di tutti gli stati. Il Gruppo, altresì, enfatizza la necessità di rendere, quanti le contravvengono in maniera sistematica, come Israele, responsabili di rispondere di ciò che si è commesso contro i diritti e le libertà inalienabili delle persone, sanciti dal diritto internazionale, e le finalità e i valori della Carta delle Nazioni Unite. Il metodo si avvale di indagini indipendenti, giuste e appropriate, passi concreti, efficaci e trasparenti, e procedimenti penali di organi preposti a livello nazionale e internazionale.

Israele non ha rispettato la scadenza indicata dall’Onu, ha sfidato l’Assemblea generale, negato i fatti alla Corte internazionale di giustizia, ignorato la Corte penale internazionale, e inasprito i propri crimini. Nel frattempo, la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sul territorio occupato palestinese, inclusa Gerusalemme Est, delle Nazioni Unite, ha concluso che l’aggressione di Israele costituisce un genocidio. Il Gruppo de L’Aia si schiera per assicurare riparazione alle vittime, prevenire reiterazioni di cui siamo già stati testimoni, punire i reati perpetrati, e al medesimo tempo, preservare l’integrità del diritto internazionale.

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