A occhi chiusi in America Latina

In questi giorni in cui i voli internazionali sono sospesi e milioni di persone sono confinate fra le mura domestiche, magari a gestire bilanci esistenziali, e la difficoltà di convivere con sé stessi, oltre i ruoli e le maschere sociali, saltando qualche episodio dell’ennesima serie televisiva, o un paio di lezioni di yoga in Zoom, si potrebbero chiudere gli occhi e provare a immaginare un viaggio in America Latina. Dal deserto messicano alla pampa argentina, passando per gli altipiani del Guatemala, la costa caraibica del Nicaragua e il Costa Rica, i boschi tropicali del Panama e la Colombia, la cordillera delle Ande che attraversa il Perù e il Cile e sfuma sino alla fine del mondo, e l’immensa Amazzonia brasiliana. Il solo pensiero scuote e commuove.

A Ciudad Juarez, dove ci sono 320 imprese con 300 mila posti, parte del redditizio sistema dell’economia frontaliera degli Stati Uniti, incontreremmo lunghe file di operai che si recano in fabbrica per i loro turni. La produzione è rallentata quando i lavoratori colpiti dal Covid-19 hanno cominciato ad uscire dai capannoni in portantina, ma la pressione per la ripresa a pieno ritmo, e senza protocolli di sicurezza, ha avuto la meglio.

In Messico e Centroamerica, osserveremmo gli effetti di un sensibile aumento della povertà, in zone rurali e inurbate, per il calo delle rimesse dagli Stati Uniti seguito al lockdown. Nel 2019, il Guatemala ha ricevuto la cifra storica di 10.508 millioni di dollari. Il volume delle rimesse è simile a quello delle esportazioni che si aggira su una media di 11.000 milioni all’anno. In El Salvador, il denaro che gli emigrati spediscono a casa rappresenta il 17.1 per cento del prodotto interno lordo; in Nicaragua, equivale al 11.4; e in Messico, al 3. La Banca Mondiale stima che solo nella fase attuale queste iniezioni di valuta pregiata diminuiranno del 19.7 per cento.

In un mercato rionale di San Salvador, faremmo colazione con un atol de piña. Qui, nonostante la quarantena, le attivitá non si sono fermate, ma non si tratta di disobbedienza alle regole o astinenza da movida come sui navigli milanesi. L’esercito di 70 mila uomini della mara Salvatrucha MS-13 ha spinto l’acceleratore della violenza, obbligando grossisti, commercianti e cittadini, a non fermare gli introiti del racket delle estorsioni, a scapito della vita di chi compra e di chi vende.

Vengono ammassati in autobus gli illegali deportati dagli Stati Uniti in Guatemala, Honduras e El Salvador. Un andare e venire senza controlli da centri di detenzione sovrappopolati a centri di accoglienza sprovvisti di misure preventive. Schiere di migliaia di peruviani, colombiani e venezuelani, che non hanno smesso di cercare un futuro migliore, sono bloccati alle frontiere senza poter procedere in avanti o indietro. Senza uno spazio privato dove rifugiarsi, cibo, o indumenti adeguati ai cambiamenti del clima.

Se dovessimo fare una sosta a Soacha, cittadina colombiana, abitata da 50 mila sfollati del conflitto armato interno, ancora acceso malgrado gli accordi di pace, vedremmo tutte le finestre delle abitazioni incorniciate da stracci rossi. Lo stesso panorama nei quartieri poveri di Bogotá, Medellín, Ciénaga, Ciudad Bolivar. È un segnale di soccorso che si propaga di domicilio in domicilio, dove le famiglie hanno perso ogni fonte di ingresso, per quanto precaria, a causa dell’isolamento sociale per evitare la propagazione della pandemia.

In Venezuela, dovremmo presto riparare in un  luogo sicuro. Saccheggi e proteste, contro le speculazioni del settore privato e il rialzo indiscriminato del paniere dei prezzi, scuotono un paese allo stremo per le sanzioni. In Ecuador, invece, i cadaveri dei senzatetto, contagiati e morti per strada, vengono bruciati sui marciapiedi.

E sarebbe meglio non dover ricorrere a un pronto soccorso in Paraguay per ipermotilità intestinale da turista europeo. Senza aspettare il Covid-19, il sistema sanitario è al collasso per una epidemia di dengue, febbre emorragica che può condurre al decesso, con 150 mila segnalazioni di pazienti sintomatici.

È anche probabile che ci si ritrovi senza acqua per lavarsi le mani, ovvero senza la condizione base della profilassi che tutti conosciamo. La quantità giornaliera per persona raccomandata dagli organismi internazionali è di 100 litri, ma molti nuclei familiari che in America Latina vivono in aree marginali ne hanno a disposizione solo 50 o bevono e cucinano con acqua che non è stata sottoposta ai controlli necessari.

Nella foresta amazzonica del Perù e del Brasile è in atto un genocidio. Gli indigeni non hanno accesso a generi alimentari per l’interruzione delle catene di distribuzione e non hanno modo di raggiungere i presidi medici. Solo in Perù in 300 mila sono a rischio di sopravvivenza. I casi confermati superano la cifra di 8 mila, una proporzione abnorme sul totale della popolazione.

A Buenos Aires, nei quartieri residenziali la raccolta dell’immondizia non ha visto un giorno di sosta. Centinaia di operatori dalla periferia si espongono all’infezione sui mezzi pubblici per raggiungere la centrale. Lanciano i sacchi sul furgone in movimento e lo rincorrono per poi saltare sul predellino posteriore. Ogni sera alle venti dalle ville con i giardini risuona l’inno patriottico e un applauso per dottori e infermieri. Sono in molti, però, a garantire un ambiente circostante salubre e confezioni sugli scaffali dei supermercati per un consumo incessato.

Il continente latinoamericano, dove vivono 600 milioni di individui, sperimentarà la sua peggiore recessione in 50 anni. Rispetto alla crescita deludente del 2019, il Fondo Monetario Internazionale, già con anteriorità alla pandemia, proiettava fra il 4 e il 5 per cento di ribasso. In America Latina, si muore di fame, violenza e discriminazione, prima che di Coronavirus.

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata da Solidarietà Internazionale, rivista bimestrale di fatti, storie e racconti dal mondo, del Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale (CIPSI).

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