
Nel 1996, Gregory H. Stanton, fondatore dell’organizzazione non governativa Genocide Watch, presentò al Dipartimento di stato degli Stati Uniti un documento informativo che descriveva la nascita e l’evolversi di un processo di genocidio. Questo venne in seguito rivisto, e denominato “Le Dieci fasi del genocidio”, divenendo un modello teorico e accademico e uno strumento politico, con indicazioni su come intervenire, in corrispondenza di ogni stadio.
Presidente dell’International association of genocide scholars, e dell’Alliance against genocide – la più grande coalizione globale per la prevenzione dei genocidi -, Stanton ha insegnato diritto, a St. Louis, all’università Washington e, a Cleaveland, all’università Lee, è stato docente in studi sul genocidio e professore in diritti umani, in Virginia, rispettivamente, all’università George Mason, e l’università Mary Washington. Ha redatto le risoluzioni Onu che avviarono il Tribunale penale internazionale per il Ruanda e ha scritto le regole del Tribunale per i Khmer Rossi. Ha creato il Cambodian genocide project.
Per Stanton, i crimini contro l’umanità e il genocidio si sviluppano intorno a fasi inequivocabili. Queste non sono per forza sequenziali e possono sovrapporsi nel tempo. Con il suo team di ricerca, ha analizzato alcuni casi, come quelli del Sudan e di Israele, in modo da fornire esempi tratti dalla storia contemporanea, dimostrando che i genocidi potrebbero essere previsti, o quantomeno fermati in maniera tempestiva, quando esista la volontà politica per farlo.
- Classificazione: la società viene divisa in categorie (noi contro loro), solitamente su base etnica, religiosa o nazionale.
- Simbolizzazione: vengono assegnati nomi o simboli visivi ai gruppi bersaglio per distinguerli dagli altri.
- Discriminazione: il gruppo dominante utilizza il potere legale, politico e sociale per privare i gruppi bersaglio dei loro diritti.
- Disumanizzazione: il gruppo bersaglio viene privato della dignità umana, paragonato ad animali, parassiti o malattie per giustificare le violenze.
- Organizzazione: il genocidio viene pianificato a livello strategico, dallo stato o tramite milizie armate.
- Polarizzazione: gli estremisti spingono la società alla separazione netta, eliminando i moderati che cercano di fare da ponte.
- Preparazione: si programmano gli stermini fisici, identificando le vittime, raccogliendo armi e costruendo assetti logistici.
- Persecuzione: i gruppi bersaglio sono privati in modo sistematico delle loro proprietà e subiscono sfollamenti o abusi fisici.
- Sterminio: ha inizio l’eliminazione di massa, sulla base ideologica di un problema da rimuovere.
- Negazionismo: i responsabili tentano di coprire le prove, distruggono i cadaveri e non ammettono le proprie responsabilità, calunniando a loro volta coloro che stanno perseguitando.
Le analisi di Genocide Watch, e del Dipartimento di stato degli Stati Uniti, segnalano che, in risposta alle accuse di genocidio, mossegli fra il 2003 e il 2008, il governo sudanese assunse una condotta che, sin dall’inizio, rappresentò un prototipo classico di strategia di negazione, con l’applicazione di una serie di tattiche previsibili, disegnate per oscurare la chiara percezione della gravità dell’azione criminale. Per gli studiosi della materia, queste retoriche sono esse stesse prova di intenzione e operato genocidari. Il senato e il congresso degli Stati Uniti, con voto unanime nel 2004, sancirono che “le atrocità in corso nel Darfur, in Sudan, costituiscono un genocidio”.
Genocide Watch ha, altresì, concluso che Israele ha commesso tutti e cinque gli atti di genocidio elencati nella relativa Convenzione, e che la guerra e la distruzione della popolazione palestinese di Gaza concretano le dieci fasi del genocidio. Il panel di esperti in diritto internazionale, convocato dal procuratore della Corte penale internazionale, i relatori speciali dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Amnesty International, Human Rights Watch, hanno anch’essi concluso che Israele sta commettendo crimini di guerra, crimini contro l’umanità, e genocidio a Gaza. A dispetto delle similitudini con il Sudan, però, la reazione degli Stati Uniti è stata ben diversa.
Il regime di Al-Bashir, nonostante l’evidenza del massacro della popolazione civile di etnie non arabe – Fur, Dinka, Nuba, Nuer, Masalit e Zaghawa -, si attivò per questionare la veridicità dei dati che emergevano, sminuirne la portata, e caldeggiare che quello che stava accadendo non poteva ascriversi alla nozione di genocidio. Di fatto, l’obiettivo della negazione è quello di paralizzare coloro che potrebbero decidere di intercedere per fermare gli eventi e punire i rei.
Il ministro degli affari esteri del Sudan, Mustaf Osman Ismail, nel 2004, annunciava che i morti nel Darfur, dal febbraio del 2003, non superavano i 5 mila. Tuttavia, nel 2005, venne provato, da diverse fonti, che la pulizia etnica, orientata alla “arabizzazione” e la confisca di terre ricche di risorse petrolifere e fonti di acqua, aveva provocato, 250 mila morti, 2.5 milioni di sfollati, e 800 comunità rase al suolo, per mano delle milizie Janjaweed, supportate dalle offensive delle forze armate.
Ricercatori esperti della Coalition for international justice, organizzazione internazionale non-profit allora basata a Washington DC, intervistarono 1.136 persone nei campi profughi. Il campione, grande abbastanza per studi scientifici di natura sociale, rivelò che due terzi dei partecipanti era stato testimone oculare di un omicidio avvenuto nella propria famiglia, oltre l’80 per cento aveva visto distrutto il proprio villaggio, altri due terzi erano stati vittima di bombardamenti aerei, e un terzo aveva sentito usare epiteti razzisti mentre i propri parenti o vicini venivano stuprati, torturati o assassinati.
L’ambasciata del Sudan a Washington contestò la validità delle interviste, in quanto realizzate in un altro paese – i campi profughi nei sudanesi erano situati in Chad -, malgrado il governo avesse respinto il visto di ingresso a Coalition for international justice e rigettato una proposta del Consiglio di Sicurezza di un’investigazione ufficiale dell’Onu in Darfur. D’altra parte, le storie dei rifugiati sopravvissuti a violenze sono da sempre indicatori credibili di delitti, dato che vengono riportate in condizioni libere da paura e restrizioni.
Allo stesso modo, Israele minimizza le morti e definisce le statistiche alla stregua di esagerazioni inattendibili. La belligeranza israeliana a Gaza ha ucciso circa 72 mila palestinesi, tra cui 21 mila bambini, secondo i dati diffusi dalle autorità locali e ritenuti affidabili dalle Nazioni Unite. La cifra reale, in realtà, è molto più alta a causa di migliaia di residenti dispersi, sepolti sotto le macerie e, con probabilità, deceduti. Israele proclama che metà erano combattenti, ma esperti indipendenti sostengono che lo fossero solo il 25 per cento. Gli israeliani disconoscono l’intenzione di aver preso di mira i civili, considerano le morti “danni collaterali”, o “inevitabili”, imputando ad Hamas l’uso di scudi umani, o addirittura “necessari” per sconfiggere il terrorismo. Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant hanno detto che tra i palestinesi “non ci sono innocenti”. Gallant ha parlato di “assedio totale”.
Le Forze di difesa israeliane (Idf per la sigla in inglese) ripetono di aver preso precauzioni, riferendosi agli ordini di evacuazione, ma l’80 per cento della popolazione di Gaza è sotto tale regime, in un territorio di ridotte dimensioni, e l’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) segnala che ciò non ha impedito uccisioni sproporzionate, e ha contribuito a sfollamenti di massa, con un conseguente sovraffollamento delle zone umanitarie. Spesso Israele attribuisce le morti civili ad azioni di singoli soldati e non a ordini dei comandanti, come l’omicidio di 15 medici palestinesi il 23 marzo 2025, spiegata in termini di “fallimenti professionali” e “violazioni degli ordini”, invece che di disprezzo per la vita.
Funzionari israeliani inquadrano le morti civili, e la distruzione di Gaza, in un conflitto etnico, ininterrotto dai tempi biblici. Netanyahu ha paragonato Hamas agli Amaleciti, citando Deuteronomio 25:17–19 e Samuele 15:3, passi biblici che parlano di “sterminio totale”. Così la guerra viene presentata come esito inevitabile di differenze insanabili, mascherando la spinta espansionista, di matrice colonialista e predatoria. Israele dà la colpa alle vittime e ai sopravvissuti di Gaza per aver votato il partito politico di Hamas e li dipinge come un blocco monolitico di spalleggiatori di terroristi, escludendo la diversità di opinioni tra loro. In effetti, i sondaggi mostrano che, mentre molti vedono Hamas come resistenza contro l’oppressione, solo una minoranza sostiene il suo controllo continuato su Gaza.
La proposta del presidente Donald Trump di espellere i palestinesi da Gaza e di annettere la regione ha ricevuto il plauso di Netanyahu. Nondimeno, lo sfollamento forzato è un crimine contro l’umanità, ai sensi dell’art. 7(1)(d) dello Statuto di Roma. Il reinsediamento, inoltre, è stato respinto da tutti i paesi mediorientali che Trump ha proposto come destinazioni per i profughi di Gaza.
Come quello avvenuto in Sudan, pure l’accanimento efferato di Israele è segnato da xenofobia, razzismo e disumanizzazione. Gallant, ha definito i palestinesi “animali umani”. Tale comportamento include il rifiuto a molti della cittadinanza, la confisca di terre per insediamenti, check-point umilianti paragonabili all’apartheid sudafricano, la demolizione di abitazioni, la privazione in forma deliberata e prolungata di beni di prima necessità, farmaci, e risorse nutritive essenziali per la sopravvivenza, la devastazione di strutture per l’attenzione sanitaria.
Lo sterminio di massa per fame fu lo strumento prediletto dal governo sudanese, nel sud e nel Darfur del paese. Metodo di genocidio utilizzato da secoli – dai turchi in Armenia nel 1915 e da Stalin in Ucraina nel 1933 -, è una scelta tragica e astuta, poiché la morte sopraggiunge con lentezza, ed è facile ricusare che sia stata inflitta in modo intenzionale, magari addebitandola a malattie o carestie. Basta armare milizie, o un esercito regolare, o coloni armati, che scacciano una popolazione autosufficiente dalle proprie terre con il terrore, e la ammassano in campi profughi o in enclave, impedire l’arrivo degli aiuti, e aspettare.
Il Sudan, con atteggiamento cinico, accollò le morti al “fallimento della comunità internazionale nel fornire gli aiuti necessari”, senza tener conto dell’ostruzione nel rilasciare visti per gli operatori umanitari, incaricati di distribuire cibo e medicine. La fame è un crimine di guerra ai sensi dell’art. 23 della IV Convenzione di Ginevra, l’art. 70 del I Protocollo aggiuntivo, e l’art. 8(2)(b)(xxv) dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale; un crimine contro l’umanità di persecuzione, art. 7(1)(h), e sterminio art. 7(2)(b), dello Statuto di Roma; e un atto di genocidio ai sensi dell’art. 2(c) della Convenzione sul genocidio e dell’art. 6(c) dello Statuto di Roma.
Ciò nonostante, l’imputazione di genocidio venne scaricata alla stregua di un prodotto di propaganda a favore di politiche interne ed elezioni nazionali, e pretesto anti-islamico da parte di imperialisti che, come gli Stati Uniti e i loro alleati, avevano dimostrato il proprio sentimento avverso agli arabi, nelle campagne in Iraq e la prigione di Abu-Ghraib. Questo tipo di discredito morale ad-hominem, in cui, anziché confutare un’argomentazione logica, si sposta il focus, attaccando chi la sostiene, venne portato alla Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di infiammare gli animi e mietere consensi tra i paesi arabi.
Il governo sudanese adottò la nota posizione di incolpare le vittime, asserendo che avrebbe cercato di sedare l’insurrezione di un movimento ribelle composto da assassini che a loro volta si erano macchiati di crimini di guerra. Collocando gli eventi in un presunto contesto di guerra civile, invece che di genocidio, intese appellarsi al malinteso comune della loro mutua esclusione, quando, in realtà, vari studiosi hanno dimostrato che la prima, dove tutti i membri della fazione avversaria sono visti come nemici, è un fattore predittivo e correlato del secondo.
Netanyahu, il gabinetto israeliano, la stampa locale, e gli alleati di Israele, smentiscono che i bombardamenti a tappeto, il blocco dell’ingresso di cibo e medicine nella Striscia di Gaza, e la distruzione di ospedali, cliniche di maternità e centri per la fertilità, diano luogo a un genocidio, cioè la distruzione intenzionale di una parte sostanziale del gruppo etnico e nazionale palestinese. In cambio, si rivendica, persino, l’aver offerto “un buon trattamento”. Ritrarre, infatti, i civili palestinesi, inclusi i bambini, come terroristi, permette di considerare “generose” le scarse disponibilità di generi alimentari permesse da Israele. Le carenze, poi, vengono addossate al “saccheggio” da parte di Hamas e bande criminali.
In risposta alle critiche legittime delle Nazioni Unite, la Corte penale internazionale, e organizzazioni umanitarie autorevoli, Netanyahu, e funzionari israeliani, tacciano organismi e individui di “immorali”, diffamandoli, senza prove, di antisemitismo, e di patrocinio del terrorismo anti-israeliano, e mantenendo una narrativa ostile. All’Assemblea generale, Netanyahu si è così pronunciato: “Finché questa palude antisemita non sarà prosciugata, l’Onu sarà vista da persone oneste come una farsa spregevole.” Israele ha additato lo staff locale – insegnanti, addetti sanitari, assistenti sociali e personale amministrativo -, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa per la sigla in inglese) di collaborazione nell’attacco del 7 ottobre 2023. L’indagine Onu ha, però, trovato solo nove dipendenti coinvolti, su un totale di 29 mila, subito licenziati.
Israele, e i suoi accoliti, hanno lavorato a una rappresentazione di innocenza. Quando Netanyahu e Gallant sono stati incriminati dal procuratore della Corte penale internazionale per il crimine di guerra della fame come metodo di guerra e per crimini contro l’umanità tali omicidio, persecuzione e altri atti disumani, il congresso degli Stati Uniti ha sanzionato i funzionari della Corte, definendone le azioni “illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele.” Dire, bensì, che i leader israeliani non abbiano rilasciato dichiarazioni che istigano alla distruzione della popolazione palestinese è falso: esistono oltre 500 istanze registrate di politici, ufficiali e personaggi pubblici israeliani che evidenziano l’incitamento e l’intento genocidario a Gaza.
In entrambi i casi, del Sudan e Israele, i brutali tentativi di intimidire e minare la legittimità delle istituzioni di giustizia, risultano ignominiosi dal punto di vista dei diritti umani e la coesistenza pacifica. Altrettanto deplorevoli si rivelano i gesti di disistima e le manovre di forzatura, nei confronti del diritto internazionale. Cercare di far passare un genocidio per autodifesa, stando a Genocide Watch, trascura il fatto che molti di questi, incluso l’Olocausto, sono stati motivati proprio come misure difensive contro minacce di varia natura. E imporre l’idea che un’aggressione, per quanto grave, giustifichi qualsivoglia reazione, anche la più sproporzionata, è una netta distorsione delle leggi di guerra.

Questo articolo è stato pubblicato su EinaudiBlog, il blog della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica, economia e storia.
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