Il conflitto residuale siriano

 

Decimo anno di guerra. Cinque potenze mondiali e regionali coinvolte. Quasi 6 milioni di rifugiati – di cui 3.7 in Turchia, 1.5 in Libano, 600 mila in Giordania -, 6.2 milioni di sfollati interni. Più di 600 mila casi di tortura, 500 mila arresti arbitrari, oltre 50 mila desaparecidos, fra 320 e 500 mila morti, un terzo civili, esecuzioni extra-giudiziali nell’ordine delle centinaia di migliaia. Un panorama di città annientate dai bombardamenti.

L’80 per cento dei siriani, quattro volte di più che all’inizio del conflitto, vive sotto la soglia della povertà. La metà  della popolazione dipende dagli aiuti della cooperazione umanitaria. L’economia e l’infrastruttura sono state distrutte, con un costo per la ricostruzione calcolato in 400 mila milioni di dollari. L’inflazione gallopante, derivata anche dalla crisi finanziaria del Libano, e le sanzioni, che impediscono il rifornimento di materie prime e derivate, si traducono in un impasse strutturale, con gravi conseguenze nella vita quotidiana di quanti sono sopravvissuti alla violenza.

Il 25 per cento del paese rimane fuori dalla gestione del governo e, nonostante tutto, continuano scontri permanenti di una battaglia residuale contro le milizie ribelli. L’ultimo bastione di opposizione al presidente Bashar el-Assad si trova concentrato nella provincia nord-occidentale di Idlib. I turchi, presenti in dodici punti di osservazione, sono stati incaricati dell’offensiva dell’asse Damasco-Mosca-Ankara. Due terzi delle milizie, circa 30 mila volontari, sono costituite da membri del gruppo Hayat Tahrir al Sham, ramo siriano di  al-Qaida, succeduto al declino dell’Isis, suo concorrente ideologico. Resistono in un’area abitata da 3.5 milioni siriani e hanno creato un’amministrazione locale. La maggioranza è confluita a Idlib da altre zone, dove i jihadisti sono capitolati, e ora non sanno dove riparare.

La lotta contro il sedicente stato islamico, e la sua base territoriale, consolidata a cavallo tra Siria e Iraq dal 2013 al 2019, è stata l’unico denominatore comune dei principali attori di questa drammatica vicenda. Il califfato nero è  stato sconfitto sul piano militare, tuttavia, la liberazione di Idlib sembra essere interminabile. Gli Stati Uniti, durante l’amministrazione di Donald Trump, si sono ritirati dallo scenario, trasferendo in via definitiva 2 mila soldati, mentre Teheran e Mosca continuano a difendere i propri interessi geopolitici. Nella provincia costiera di Latakia sono state installate basi aeronavali, l’unica presenza del Cremlino nel Mediterraneo, per l’appoggio aereo ininterrotto dal 2015.

Al-Assad si propone di essere rieletto in uno stato che è divenuto un protettorato russo e iraniano, parzialmente occupato dalla Turchia – che persegue l’obiettivo di occupare il vuoto lasciato dagli americani -, e con 40 mila curdi armati, alleati terrestri degli Stati Uniti, trincerati nei giacimenti petroliferi del nord-est. L’aviazione israeliana, con l’avvallo di Washington, ha già sferrato attacchi nell’ordine delle migliaia e non cessa di bersagliare le truppe sciite libanesi e iraniane, attive in Siria dal 2012, arrivando a colpire le postazioni di Teheran non lontano da Damasco.

Secondo stime recenti, l’esercito siriano è passato a controllare il 65 per cento del suolo nazionale nel 2019, rispetto al 35 per cento del 2017. D’altra parte, solo un esito positivo delle negoziazioni di Damasco con i curdi potrebbe bloccare l’espansione dell’alleato turco, intenzionato a mantenere una zona cuscinetto oltre la propria linea di demarcazione, e garantire un comando del 90 per cento. I curdi hanno guadagnato dal 14 al 25 per cento. Gli insorti, invece, hanno perso dall’11 al 10 per cento. L’Isis, negli stessi anni, si è ridotto dal 40 allo 0.5 per cento, ma permangono 3.500 terroristi, di cui 700 stranieri, a est dell’Eufrate, nell’antico centro operativo di Abu Kamal, contiguo ai principali giacimenti di idrocarburi.

Rimangono aperti quattro fronti sul confine con la Turchia, l’Iraq, l’Iran e le alture del Golan, occupate da Israele, e il riconoscimento internazionale del regime resta condizionato all’apertura di un negoziato di pace auspicato dall’Onu come l’unica via per una pace sostenuta nel tempo. Mentre al-Assad orchestra un avvicinamento diplomatico e commerciale agli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, e ad antichi sostenitori dell’opposizione, l’Iran, su pressione dei russi, ha ritirato 20 mila combattenti, includendo rinforzi afghani e pachistani, e Hezbollah ha ripiegato parte dei suoi effettivi, che erano arrivati a superare le 8 mila unità. Gli sforzi della Russia sono volti a evitare un contagio della guerra israelo-iraniano in Siria in Libano e Iraq.

 

Questo articolo è stato pubblicato su EinaudiBlog, il blog della Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica, economia e storia.

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