Le migrazioni come gioco di specchi. Paulina Tovo: ‘Yo es tú’.

Sahar Dargzini, siriana di Damasco, mostra le foto dei figli da piccoli, nella sua tenda nel campo profughi di Kalochori, nei pressi di Salonicco: Amal 24 anni rifugiata in Norvegia, Dania 26 rifugiata in Turchia, Mohyeddin 15 e Salahudin 20 rifugiati in Svezia. (AP Photo/Muhammed Muheisen)

Un pensiero esclusorio, derivato dall’abbaglio di una libertà totale senza solidarietà, fino a poco fa appannaggio di fazioni minoritarie ed estremiste, si è aperto il varco con gli strumenti legittimi della democrazia rappresentativa, collocandosi a livello internazionale negli snodi decisionali della vita pubblica.  Di fronte alla debolezza politica di questa congiuntura storica, e il tribalismo che ne emerge prepotente, con le sue identità rabbiose, basate sul sospetto crescente dell’altro, sull’esclusione del diverso, la sfida di restare umani, di costruirci persone morali, è decisiva, per non andare incontro a ciò che il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman ha definito lo “sterminio collettivo”.  Le differenze vengono innalzate per giustificare l’esistenza dei confini, dei muri, e il supposto imperativo di una separazione, spiega l’antropologo Fredrik Barth, degenerando in alienazione reciproca.  E se paura e odio hanno le medesime origini, per Bauman, il ripensamento del mondo deve partire dall’ascolto, e la presa di coscienza generale, delle “vite di scarto”, le masse intrappolate, o in fuga, da povertà, emarginazione, guerre e repressione di opinione.

I migranti rinviano così in un gioco di specchi le facce della globalizzazione, quelle brutali della crescente iniquità economica, sociale e culturale, della depredazione delle risorse naturali, dell’aggressiva appropriazione di terre, del dominio della finanza sul lavoro.  Eppure, invece di essere considerati soggetto di diritti, e prova provata di un sistema al collasso, vengono imbrigliati nelle maglie degli allarmismi sulla sicurezza di leadership opportuniste.  Stranieri portatori di cattive notizie, scriveva Bertold Brecht, ed è precisamente nel teatro che si va aprendo strada una lotta micro-politica e la sapiente fabbricazione di un nuovo vocabolario per una realtà in divenire.

Ho rivisto Paulina Tovo in uno di quei pomeriggi umidi metropolitani quando il traffico stride mescolato alla pioggia.  Il suo tono pacato, ponderato e ispirato, contrasta con il grigiore del cielo e dei riti del consumismo, dietro alle vetrate.  I genitori di Paulina, militanti montoneristi, riparano in Spagna, scappando dalla dittatura militare argentina alla fine degli anni settanta.  Da lì a qualche anno, accolgono una chiamata dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo, in un momento in cui si pensa che la Junta – al potere dal 1976 al 1983 e responsabile della sparizione di oltre 30 mila oppositori, sia in difficoltà e si possa abbattere, e rimpatriano.  Dopo una manciata di mesi, il padre viene sequestrato dalla Tripla A (Alleanza Anticomunista Argentina) e, recluso in un centro clandestino, non farà ritorno.  La madre valica il confine con l’Uruguay in clandestinità e raggiunge il Brasile, dove è insediata una rappresentanza dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur).  Ottenuto il riconoscimento legale, funzionari si recheranno in Argentina a prendere Paulina e la sorella, affinché il nucleo si ricongiunga.  Si sposteranno poi in Danimarca, grazie a un programma di ricollocazione.

Tovo è autrice, regista e attrice.  Durante la fase più acuta della crisi dei rifugiati siriani in Europa si reca in Grecia per mettere a disposizione le potenzialità del teatro in quei luoghi dove, sbarrate le frontiere, individui che avevano una casa, un’occupazione, relazioni e affetti, vivono accozzati gli uni sugli altri.  In questo modo li riprendono le televisioni – Paulina era approdata in Danimarca sotto l’occhio delle telecamere, un mucchio indistinto, misto a fagotti, scuro, concitato, disumanizzato.  Da quella esperienza nasce l’opera ‘Yo es tú’ (Io sono te), in cui il vissuto privato si intreccia con coloro che oggi cercano la propria sopravvivenza e il proprio orizzonte.

“La migliore maniera di toccare gli altri è raccontarsi”, dice Paulina.  “Tramite il processo di trasformazione artistica, i fatti dolorosi che si tengono sepolti, e che ci fanno sentire inadeguati rispetto alla ‘normalità’, trovano la dignità di una voce.  Per i giovani coinvolti questa è diventata una finestra in una stanza chiusa.  Le testimonianze, prima di entrare a far parte dello spettacolo, sono state condivise sulle reti sociali, e portate a una manifestazione che ha avuto luogo a Salonicco, suscitando un sentimento di orgoglio e di appartenenza nel vuoto delle tendopoli.  E’ un tentativo di contribuire alla sensibilizzazione della problematica, mostrando quello che si cela dietro alla presunta minaccia, veicolata in cifre dai mass media, sempre senza nomi.  Ci sono più cose in comune di quante ci separano da chi si vuole sottrarre alla fame e alla persecuzione.  Questo teatro ambisce a esplorare le identità mediante l’empatia”.

Il circolo vizioso della traumatizzazione persiste a distanza di anni dalla drammatica fuoriuscita dei profughi e si alimenta nell’isolamento fisico, la precarietà, la mancanza di accesso a forme di quotidianità, la percezione del rifiuto, e talvolta il contesto economico dei paesi ospitanti.  Ne consegue un effetto depressivo che rende incapaci di prendere decisioni, anche dopo aver ottenuto la protezione internazionale, blocca all’interno dei campi, o induce a pensare di tornare indietro.  “Elaborare quanto successo alla mia famiglia è stato un lungo viaggio e capisco l’impasse psicologico dei siriani in Grecia, pur se le circostanze non sono certo paragonabili”, continua Paulina. “Fino al mio rientro in Argentina da adulta, avevo interiorizzato il destino di mio padre in una sfera eroica, assumendo che dovessi raccoglierne l’eredità etica.  Unicamente attraverso lo scambio all’interno dell’associazione Hijos (figli dei desaparecidos, ndr), ho potuto ricollocare lui e me stessa in una dimensione reale che mi ha permesso di piangere la sua morte di uomo.  La forza del gruppo è quello che ho aspirato a stimolare con gli adolescenti siriani e la possibilità di ricreare con amore ciò che si è perduto.  Parecchi di loro hanno visto impiccare i genitori o sono stati costretti a uccidere conoscenti, ma se gli chiedi cosa non sono riusciti a portare con sé nella partenza precipitosa, ti parlano di biglie, certificati scolastici e l’orologio del nonno, e chiedono solo di riuscire a essere felici”.

Presentata su varie scene, e diffusa da organizzazioni sociali – fra cui Las Abuelas de la Plaza de Mayo, e istituzioni accademiche, impegnate sul versante della promozione dei diritti umani, la pièce risponde a un senso di urgenza e riflette necessità molteplici e simili nel prisma della condizione antropica.  Le contraddizioni della spinta globalizzatrice esigono un’inversione di paradigma verso la fondazione di una comunità planetaria imperniata sul benessere complessivo che non si avvalga di spartitraffico e si barrichi in oasi sicure e protette, come pretende l’Europa.  In tale direzione, il materiale documentaristico e la narrativa intimista di Paulina Tovo si accompagnano a una metodologia di tipo partecipativo che interpella il pubblico sul “qui” e “ora” delle migrazioni e l’ordine del mondo.

“La mia vicenda è il punto di partenza per introdurre quelle dei rifugiati odierni e abbordare alcune delle domande essenziali che ci competono in quanto esseri umani”, aggiunge Paulina.  “Nello svolgimento dell’opera, gli assistenti sono chiamati sia a confrontarsi con sé stessi sia a ricoprire il ruolo degli altri e usare le loro parole.  I parametri teatrali si dispiegano davanti ai loro occhi fino a un incrocio genuino fra tutti i presenti e fra i presenti e le persone evocate.  Credo che stia affiorando il bisogno di una valutazione del cammino intrapreso dalla nostra specie, perché stiamo perdendo qualità senza renderci conto delle ripercussioni future.  I tempi esigono un’azione di energica resistenza a modelli valoriali che inducono avarizia, frammentazione, e antagonismo, e sono il sostento e il risultato di apparati studiati per conservare il potere di pochi.  Dal mio punto di vista, sviluppare identificazione e cooperazione si è convertito in una questione prioritaria”.

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata da Solidarietà Internazionale, rivista bimestrale di fatti, storie e racconti dal mondo, del Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale (CIPSI).

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