Nazionalpopulismo messicano

I cittadini messicani hanno scelto il cinquantottesimo presidente della repubblica con una partecipazione del 63.42 per cento, in ribasso rispetto a tornate previe ed equivalente a due aventi diritto su tre. A un secolo dalla rivoluzione che nel 1917 portò Venustiano Carranza a guida della costituente, il Messico è la quattordicesima economia mondiale dagli ampi margini di crescita, storici rapporti economici con gli Stati Uniti, e recenti strategie di diversificazione, che comprendono la firma di un accordo con l’Unione Europea e l’apertura alla Cina e altri attori asiatici.

Andrés Manuel López Obrador, e il suo Movimento per il Rinnovamento Nazionale (Morena per la sigla in spagnolo), fondato nel 2011, hanno capitalizzato lo scontento popolare. Cavalcando l’onda dei temi algidi del dibattito pubblico – dall’impunità, la corruzione, il crimine organizzato e la violenza – 25 mila omicidi nel 2017, ai privilegi dei politici, la povertà e le migrazioni, hanno lanciato una forma di nazionalismo che integra la promessa di stabilizzazione sociale, in una realtà dove si sono ampliati crisi agricola, erosione della classe media e indici di esclusione. López Obrador, a capo del distretto federale dal 2000 al 2005, ha vinto con oltre il 53 per cento delle preferenze, dopo due corse per la massima carica nel 2006 e nel 2012 (persa con l’1 per cento di scarto, e segnata da contestazioni, per presunta frode, che per quaranta giorni bloccarono la principale arteria viaria della capitale). E’ il primo leader di sinistra – una sinistra populista, conservatrice in materia di diritti civili, del Messico dagli anni trenta. Ha ottenuto notorietà nella decade dei novanta in seguito all’organizzazione di ingenti manifestazioni, a partire da comitati civici, contro i danni ambientali causati dalla compagnia petrolifera di bandiera Pemex.

Guadalupe Espinosa Gonzáles, sociologa e demografa, già docente presso l’Universidad Autónoma Nacional de México, ha lavorato su contenuti socio-economici in stretta collaborazione con numerosi stati nel suo ruolo di ricerca e pianificazione nell’ufficio statistico dell’Onu. Con lei abbiamo conversato dell’esito delle ultime elezioni politiche e di quanto si prospetta negli anni a venire.

MP: López Obrador ha creato un movimento che attinge alla tradizione proletaria, gli strati urbani e rurali in difficoltà, e cittadini indigeni e meticci, ma anche ai bacini universitario, produttivo e mediatico. Altri sono stati affiliati per il cammino, fra cui il Partito del Lavoro (Pt per la sigla in spagnolo) e il Pes, partito conservatore religioso. Cosa tiene insieme questo agglomerato eterogeneo? Il collante è destinato a perdurare?

GE: Nei sondaggi né il Pt né il Pes avevano percentuali che non li avrebbero spinti lontano. L’alleanza ha una connotazione tattica da entrambi i lati. Basti pensare che il Pt è nato con l’appoggio dell’influente esponente del Pri, Carlos Salinas, la cui famiglia López Obrador ha da sempre qualificato “la mafia al potere”. Il Pes ha come fine centrale quello di preservare i valori culturali, morali e spirituali della cristianità attraverso l’azione politica ed è contrario all’aborto, i matrimoni fra persone dello stesso sesso e via discorrendo, tuttavia López Obrador ha liquidato la discussione, riaffermando la pluralità confessionale della sua base e riuscendo a ricucire la relazione con la galassia femminista e le reti sociali. Morena è priva di qualsiasi ideologia, ragion per cui stento a ritenerla di sinistra. Quello che ci troviamo davanti è un movimento controllato da un unico uomo forte sul cui carro saliranno nuovi opportunisti e avventurieri dal branco dei fuoriusciti dagli altri partiti. La propulsione è stata data dai giovani, non oltre i trent’anni di età, stanchi dei vecchi poteri e dell’ipocrisia della politica. Si è trattato innanzitutto di un voto punitivo e, se López Obrador sarà in grado di alimentare e mantenere questo sentimento, comune a nazionalismi e populismi dagli Stati Uniti all’Europa, non sarà la coalizione ad avere la rilevanza maggiore.

MP: Il Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri), al vertice dal 1929 al 2000, e il Partito di Azione Nazionale (Pan), al governo per due volte consecutive dal 2000 al 2012 (il Pri ha riconquistato il paese in quell’anno), hanno fallito l’obiettivo. I loro fronti erano altrettanto compositi il Pan di centrodestra e della destra cattolica alleato del Partito Rivoluzionario Democratico (Prd) di centrosinistra, il Pri liberista alleato del Partito Verde Ecologista, le campagne parimenti virulente nei toni e le imputazioni reciproche, i programmi affini nella sostanza. Dove si è giocata la differenza? In fondo il Messico è conservatore, c’è un futuro per questi partiti?

GE:   Il presidente priista uscente, Peña Nieto, ha concluso il mandato con la percentuale più bassa di gradimento dei predecessori sia del Pri sia del Pan. I grandi partiti – Pri, Pan e Prd, e tutte le formazioni tradizionali dell’occidente, sperimentano una crisi equiparabile. Ci sarà un futuro nella misura in cui si muova da una riflessione responsabile, accompagnata da un processo di ricostruzione credibile, e non è scontato che si riesca a superare questa tappa. La sfida prima o poi deve affrontarla persino Morena, giacché sembra aver preso a modello i postulati della concentrazione del potere in una figura carismatica, o un gruppo di interesse, tipica del proprio Pri. Il Messico è molto conservatore: Morena incarna questa dimensione, insieme al nuovo e alla protesta. López Obrador ha già dato prova dell’efficacia di tale miscela nell’amministrazione della capitale.

MP: Assente da queste elezioni è María de Jesús Patricio, dirigente Nahua, portavoce del Congresso Nazionale Indigeno, e medico tradizionale, detta Marichuy. Non è stata riconosciuta in qualità di indipendente per non aver soddisfatto il requisito di ottocentomila firme in trentadue stati, raccolte mediante un dispositivo cellulare. Non sarebbe stata adeguata un’azione affermativa per permetterle di concorrere dato il gap tecnologico delle comunità indigene e la limitata copertura per la telefonia mobile nelle aree rurali?

GE: Il caso di Marichuy è stato eclatante. Le norme per la registrazione dei candidati vengono stabilite dal consiglio dell’istituto elettorale nazionale, vale a dire da delegati delle fazioni rappresentate nelle camere. I partiti non hanno avanzato alcuna mozione per rettificare una situazione iniqua; non c’è stata nessuna interrogazione di deputati o senatori. Lo stesso López Obrador, il quale ascrive la questione indigena fra le sue priorità, non ha mosso un dito. In questa, come in tante occasioni, si è dimostrata doppiezza nei confronti dei soggetti autoctoni e delle donne. Per Morena, e gli altri, ciò che conta sono le croci degli indigeni sulle schede. Non per niente, López Obrador aveva tentato un avvicinamento all’esercito zapatista, andato a vuoto.

MP: Morena è al banco di prova del manifesto elettorale, ma soprattutto delle sue modalità di attuazione, in uno scenario di smantellamento progressivo dei pesi e contrappesi nel sistema politico. López Obrador si è espresso contro la stampa – il Messico è uno dei paesi con il più alto tasso di assassinati di giornalisti al mondo, le Ong, la società civile e la Corte Suprema, che hanno un ruolo centrale nel controllo dell’operato dell’esecutivo. Che tipo di gestione prevedi?

GE: Verticalismo e accentramento sono state caratteristiche permanenti del disegno di nazione del Pri che Vargas Llosa ha coniato “la dittatura perfetta”. López Obrador ha una visione personalista della presidenza. Del resto è stato in campagna permanente negli ultimi vent’anni. Non c’è quindi spazio per gruppi che non giochino a favore del suo progetto individuale. Alla maniera di Trump, accusa la stampa di non appoggiare le sue idee, ma i giornali sono stati pesantemente critici del Pan senza che si alzassero diatribe del tenore al quale stiamo assistendo. Al contrario, le indagini sulle uccisioni di giornalisti andrebbero condotte al più alto livello e non abbandonate dove regna la connivenza con il narcotraffico. L’avversione per le Ong è stata in parte raffazzonata quando si è reso conto della perdita di consenso che poteva causargli. Lo svilimento delle istituzioni è stata una costante della sua comunicazione. Osservando, con apprensione, l’esperienza populista globale è notorio che questo precede una coartazione che le pone al servizio del comando di turno. L’atteggiamento rivelatore del suo stile plateale sta nel rifiuto, al meno a proclami, della residenza presidenziale, Los Pinos, dell’aereo di stato, che sarebbe intenzionato a vendere per usare vettori commerciali, e della vigilanza del preposto gruppo militare d’élite. Secondo il mantra che recita, il popolo che lo ha votato garantirà la sua protezione. López Obrador vuole essere originale a ogni costo sulla falsa riga di quei politici che pure in Europa rinunciano a dettagli cosmetici per distogliere l’attenzione da pratiche che hanno invece un prezzo democratico. Questo è invece un modo di fare politica che accentua la rabbia sociale, l’aggressività del linguaggio, i comportamenti misogini, gli insulti razzisti, denunciati da tanti commentatori. Autorevoli sostenitori di Morena sono arrivati ad affermare che la vittoria elettorale abbia arginato un conflitto armato pronto a esplodere. In un paese di cospicua tradizione democratica quale il Messico questo è un seme di barbarie culturale.

MP: Tutti si aspettano un cambio del paradigma economico domestico, con un allargamento del welfare per le fasce dei giovani e degli anziani, politiche industriali e agricole attive che annoverino piani per l’autosufficienza alimentare ed energetica e investimenti infrastrutturali. Non è chiaro quanto sarà concretato di questa agenda espansiva, ma è certo che richiederà ingenti risorse, quando ha assicurato che non saranno aumentate né le tasse né il debito. Sembrerebbe di essere in bilico fra populismo e pragmatismo, cosa ne pensi?

GE: E’ un salto nel buio dal momento che nessuna azione annunciata è stata definita e ogni giorno esternazioni sovrapposte fanno sì che si alteri la prospettiva in campi delicati dall’educazione all’energia. E’ stato calcolato che la metà delle proposte economiche richiedano più del 5 per cento del Pil. La riduzione dei salari dei dirigenti, e gli effetti a lungo termine della lotta alla corruzione, non sono sufficienti, come sbandierato. Non si sa è nemmeno quale sarà la chiave per contrastare le minacce che si profilano per il Nafta. Il voto ha avuto una grossa componente emozionale, simile a quella che ha sfociato nella Brexit. López Obrador incarna una fattispecie di salvatore messianico, un politico “puro” dedicato al suo gregge, che ha elargito felicità al paese in questione di ore. In Messico si rendono necessari mutamenti radicali in quanto alla ridistribuzione della ricchezza, la sicurezza sociale, le pensioni, l’accesso alla giustizia, ciò nonostante l’equilibrio della finanza pubblica è un aspetto che non può essere messo a rischio. Sarebbe importante ammettere i risultati dei governi del Pri e del Pan e le riforme che non si sarebbero potute realizzare senza l’intesa di tutti i partiti, incluso il Prd, da cui è scaturita Morena. [López Obrador entra nel Pri nel 1970, dove svolge una carriera interna; nel 1989 passa al Prd, scisso dal Pri, con cui corre per la presidenza nel 1996 e per la Città del Messico nel 2000; Morena è a sua volta una costola del Prd, ndr].

 

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano indipendente online di geopolitica e politica estera Notizie Geopolitiche.

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