Non un giorno, non una vittima, in più

La tortura è esercitata in oltre 140 paesi, compresi i firmatari della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, e trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra, che ne bandiscono il ricorso anche in circostanze di guerra.  Se si considera che le Nazioni Unite hanno 193 stati membri, quasi il 75% di questi applicano la tortura impunemente.  Nella lista nera ci sono Azerbaijan, Brasile, Cina, Corea del Nord, Egitto, Filippine, Indonesia, Iran, Iraq, Israele, Marocco, Messico, Nepal, Nigeria, Pakistan, Russia, Siria, Turchia, Uganda, Ucraina e Uzbekistan.  Gli Stati Uniti sono saliti alla ribalta per quanto trapelato, e poi documentato, rispetto ai trattamenti inumani nei centri di detenzione di Abu Ghraib in Iraq e Guantanamo Bay a Cuba.  E le storie apparse nei media di Otto Warmbier, studente della Virginia University, brutalizzato in un carcere della Corea del Nord, e in coma per un anno fino alla sua morte, avvenuta la settimana scorsa a pochi giorni dal rilascio, e di Giulio Regeni, studente dell’Università di Cambridge, sequestrato e seviziato per due mesi nel 2016, il suo cadavere abbandonato sul ciglio di una strada, sono solo la punta di un iceberg.

Sebbene per ovvie e drammatiche ragioni non siano disponibili dati sul numero delle vittime, l’operato dell’International Rehabilitation Council for Torture Victims svela una realtà terribile.  Organizzazione della società civile, specializzata nel campo e presente in 70 paesi, mediante una rete di 150 centri di assistenza medica e psicologica, si occupa di circa 100.000 casi ogni anno.  Sono riportate intorno a una trentina di categorie di tortura, usate per ottenere informazioni o confessioni, tacitare il dissenso, perseguitare gruppi etnici e minoranze religiose, “castigare” cittadini con diverso orientamento sessuale, o mantenere la popolazione in uno stato di costante terrore e oppressione.  Includono shock elettrici, estrazione dei denti, liquefazione di plastica sul corpo, rimozione di unghie, finte esecuzioni, soffocamenti con sacchetti di plastica, e violenza sessuale.

Un sondaggio, realizzato da Amnesty International nel 2014, e condotto in 21 paesi, ha evidenziato che il 44 per cento degli intervistati, il 32 per cento negli Stati Uniti, e un’alta percentuale in Brasile e Messico, temono di essere sottoposte a tortura se prese in custodia dalle autorità.  Argentina e Grecia registrano i livelli maggiori di opposizione alla tortura.  Entrambe hanno sperimentato dittature militari negli anni ‘60, ‘70 e ‘80, appoggiate dalla Cia, che hanno fatto un utilizzo programmatico della tortura e dell’assassinio di stato per conservare il potere.

La Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti viene approvata nel 1984, a seguito di una risoluzione dell’Assemblea Generale del 1973 e la Dichiarazione contro la Tortura del 1975, e soprattutto grazie alla pressione di numerose organizzazioni non-governative.  I punti controversi e dibattuti sono stati la giurisdizione internazionale sui colpevoli e la sua effettiva applicazione, sorvegliata dal Comitato contro la Tortura, integrato da esperti indipendenti.  Nel 1985 viene nominato il primo relatore speciale per svolgere investigazioni su scala mondiale.  La Convenzione entra in vigore solo nel 1987 e un abbondante decennio dopo, nel 2002, viene adottato il Protocollo Opzionale, che stabilisce ispezioni combinate, nazionali e internazionali, dei centri di detenzione.  Nel 1997, l’Onu dichiara il 26 giugno “Giornata Internazionale per il Supporto alle Vittime della Tortura” e Amnesty International espone 100 compagnie che producono e vendono strumenti di tortura.  Eppure tanti strumenti e meccanismi non si sono dimostrati deterrenti efficaci.

La tortura è sempre intenzionale e intende infliggere dolore fisico o psicologico per controllare, punire o indurre ad azioni coercitive.  Si propone di annichilire la personalità e si basa su una relazione asimmetrica di potere, una dipendenza o vulnerabilità, nelle quali la vittima sa di essere alla mercé della volontà altrui.  Negando la dignità intrinseca a ogni essere umano, oltre a essere una crimine per la legislazione internazionale, la sua pratica sistematica costituisce un crimine contro l’umanità.  Proprio in base a tale definizione, il Comitato contro la Tortura, nel 2008, ha equiparato tipologie di violenza non esercitate da apparati statali, tali lo stupro, la violenza domestica, la mutilazione genitale femminile, e il traffico di esseri umani, alla tortura.

Una legge sulla tortura è in discussione al Senato della Repubblica.  Tuttavia il Consiglio d’Europa, attraverso una lettera ufficiale del 16 giugno, indirizzata ai presidenti delle commissioni giustizia e tutela dei diritti umani, nonché ai presidenti dei due rami del parlamento, esprime preoccupazione e chiede che il testo venga modificato, poiché in disaccordo con gli standard internazionali.  Si afferma che se la legge dovesse venire approvata nella sua versione attuale creerebbe delle potenziali aree di immunità, in special modo nelle forme di tortura commesse da funzionari dello stato.

La revisione è importante per impedire che si ripeta ciò che è avvenuto nel processo per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova nel luglio 2001.  La Corte di Cassazione italiana aveva stabilito che la violenza avvenuta poteva qualificarsi come tortura, ma in assenza del reato nell’ordinamento italiano, i presunti colpevoli erano stati accusati di lesioni personali, semplici o aggravate.  La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha invece condannato l’Italia per non aver debitamente sanzionato un uso della forza “indiscriminato e sproporzionato” e “trattamenti inumani e degradanti”, nello spirito della Convenzione Europea dei Diritti Umani.

 

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4 thoughts on “Non un giorno, non una vittima, in più

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  1. La scienza ha provato che la tortura è un mezzo inaffidabile per garantire informazioni sicure. Sperimentazioni su personale militare addestrato negli Stati Uniti dimostrano che l’effetto del dolore e lo stress, fisico e psicologico, influiscono sulla capacità di pensare, ricordare e prendere decisioni, e soprattutto generano false memorie. Le vittime spesso confessano qualsiasi cosa, pur che il dolore o la pressione cessino, fuorviando indagini che nell’età del terrorismo globale possono rivelarsi controproducenti per la sicurezza. La ricerca nel campo nella giustizia criminale ha apportato prove irrefutabili che tecniche di interrogatorio non fisicamente invasive, ma comunque basate su componenti aggressive e manipolative, producono false confessioni, e che invece metodi non coercitivi, incentrati sulla costruzione di un rapporto inter-personale, conducono a persuasione e cooperazione.

  2. Riporto la testimonianza di Moses Akatugba, un ragazzo nigeriano di 16 anni, arrestato dalla polizia per un furto che non aveva commesso. Moses è stato pestato, appeso per braccia e gambe per ore, gli hanno sparato a una mano, per forzarlo a firmare una confessione. Ad Amnesty International ha dichiarato “Il dolore della tortura è insopportabile. Non pensavo che sarei sopravvissuto”.

  3. L’ex-presidente Obama, Premio Nobel per la Pace, ha avvallato il regime di tortura chiudendo tutte le investigazioni sugli abusi nei centri speciali di detenzione. Nonostante le promesse elettorali, Guantanamo non ha mai chiuso i battenti. Non dimentichiamo che alle milizie di opposizione legate ad al-Qaeda in Siria, sostenute dagli Stati Uniti di Obama, sono imputabili esecuzioni di massa e uso regolare della tortura.

  4. In verità, Barack Obama ha ridotto il programma “potenziato” di tecniche d’interrogatorio della Cia nel 2009, ma ha ricevuto forti critiche per non aver previsto alcuna forma di riparazione a favore dei presunti terroristi, mai sottoposti a processo e brutalizzati a Guantanamo Bay, e per non aver applicato misure sanzionatorie nei riguardi del personale militare di custodia.
    Un altro punto che va sottolineato è la responsabilità indiretta di quei paesi, compresa l’Italia, che hanno accettato il trasferimento di prigionieri da Guantanamo Bay nei propri centri di detenzione, o che hanno svolto gradi di giudizio sulla base di testimonianze o confessioni ottenute sotto tortura.

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