Masai vs KenGen

Il Kenya è il più grande produttore geotermico del continente africano.  Per il 2050 intende triplicare la generazione di energia pulita attraverso un incremento di impianti e l’utilizzo di maggiori estensioni nella regione di Olkaria, ma il ricorso a porzioni di territorio ancestrale è foriero di conflitti, dove e quando non garantisce il coinvolgimento delle popolazioni originarie nel processo decisionale.

Non si è ancora risolta la disputa dei Masai contro la compagnia statale KenGen.  Il primo trasferimento di oltre mille famiglie è avvenuto nel 2014, ma un rapporto della Banca Mondiale, uno dei finanziatori internazionali del progetto, ha evidenziato che l’ubicazione del nuovo insediamento era di gran misura meno vantaggiosa, dal punto di vista dell’economia familiare e collettiva, di quella precedente.  La costruzione era stata bloccata nel 2016, in seguito alle proteste dei Masai.

Tuttavia in Olkaria è prevista l’istallazione di svariate centrali e le comunità sono sottoposte a forti pressioni dovuto all’aumento della richiesta di energia, in un paese oggetto di frequenti blackout, e l’effettiva esistenza di ampi spazi per il ricollocamento.  La loro pericolosità impone, inoltre, che la popolazione sia dislocata a una distanza di sicurezza.  D’altro canto, i Masai considerano le fonti geotermali sostanziali al proprio stile di vita, per il ruolo che ricoprono nel trattamento degli alimenti tradizionali e la celebrazione di riti spirituali.

A una diversa latitudine, un’altra nazione indigena, quella dei Maori, ha affrontato minacce simili alla propria cultura, riuscendo a instaurare una partnership con l’industria.  E i due popoli, con l’appoggio della fondazione Power Africa, dell’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, hanno aperto una linea di cooperazione, affinché l’esperienza in Nuova Zelanda venga estesa in Kenya, e la ricchezza del sottosuolo benefici i villaggi agricoli e pastorali, aiutandoli a uscire dalla condizione di povertà in cui sono stati storicamente costretti.

I Maori hanno ottenuto una partecipazione azionaria nelle compagnie incaricate dello sfruttamento, e la corresponsione di una formula di locazione delle terre occupate, gestite dalle loro autorità.  In questo modo, viene realizzato un monitoraggio continuo, affinché le attività previste non pregiudichino le comunità.  A differenza dei Masai, i Maori hanno a loro favore il trattato firmato con la corona inglese che li riconosce proprietari delle risorse minerarie identificate nelle proprie terre, ma anche in Kenya esistono importanti margini di negoziazione a partire dalle convenzioni internazionali.

Un disegno di legge presentato in parlamento nel 2018 include un regime di condivisione dei dividendi, per il quale KenGen deve corrispondere fino al 2.5 per cento del ricavo di ogni singolo impianto nella prima decade di operazioni, con un aumento progressivo delle royalties.  Delle risorse, depositate in un fondo, il 75 per cento tocca al governo, il 20 all’amministrazione locale e il 5 ai Masai.  Forse la proposta andrebbe rivista alla luce dell’esproprio territoriale, prima coloniale e poi governativo, a favore di aziende agricole, allevamenti e parchi nazionali, che ha confinato le popolazioni autoctone nelle aree più sterili e aride, e l’imperativo morale di una riparazione.

 

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