Gli ultimi indigeni europei

Dal 1993, proclamazione dell’anno internazionale dei popoli indigeni, si celebra la giornata dei saami, popolo autoctono scandinavo, che dal 6 febbraio del 1917 – data del loro primo congresso, difende diritti e autonomia in maniera attiva e organizzata.  I saami vivono in una vasta area della calotta polare che si estende da Norvegia, Svezia e Finlandia, fino alla Russia; si stima che su questo territorio risiedano circa 80 mila persone – la maggioranza in Norvegia e Svezia, 2 mila in Russia.

Citata da Omero ed Erodoto, incisioni rupestri lasciano supporre che si tratti di una civiltà millenaria.  I saami parlano un idioma di ceppo ugro-finnico della famiglia uralica, che ha una decina di varianti, sviluppatosi con probabilità intorno al 500 a.C., la cui espressione poetica – joik, era unicamente orale.  Hanno mantenuto una religione animista fino alla cristianizzazione in età medievale.  Il nomadismo, caratterizzato dalla capanna conica trasportabile chiamata kota, si è estinto negli anni ’50.  Si dedicano all’allevamento delle renne, la caccia e la pesca del salmone, in un ambiente inospitale, a causa delle temperature rigide e l’assenza di luce solare in inverno.  Il cambio climatico aggiunge altre minacce per la stagionalità del pascolo e la penetrazione di specie animali dal sud.

I saami, conosciuti con il nome di “lapponi”, termine dispregiativo coniato dagli svedesi, nella storia, sono stati oggetto di ripetute persecuzioni.  Durante la colonizzazione e sino al termine della seconda guerra mondiale, ne vennero proibiti la lingua, i canti e lo sciamanesimo.  Molti bambini furono internati in collegi ai fini di un “processo rieducazione”.  Vennero imposte tasse su occupazioni di sussistenza, come l’attività venatoria e il commercio di pellami, e quanti non si piegavano, furono brutalmente eliminati.   I saami dovettero adottare un nome norvegese per possedere la propria terra e i loro figli vennero costretti a imparare il norvegese per ereditarla.  Le condizioni sociali precipitarono al punto di una violenta sommossa nel 1852.  La Svezia nel 1922 – anticipando la Germania nazista, aprì un centro statale per l’eugenetica, il cui obiettivo era la preservazione e il miglioramento della presunta “razza” nordica, di cui i saami erano considerati l’antitesi.  Per questa ragione, furono vittime di una campagna di sterilizzazione forzata.

Per generazioni, i saami, hanno dovuto nascondere le proprie origini, in modo da trovare una collocazione nella società.  Nonostante non abbiano uno status politico indipendente, in tempi recenti, sono stati creati organi rappresentativi, sottoposti a quelli nazionali e con solo potere consultivo, in Finlandia (1973), Norvegia (1989) – dove hanno una capitale, e Svezia (1993).  Mantengono una forte identità che ha scongiurato la totale assimilazione ai modelli norvegesi, svedesi o finlandesi.  Sono state aperte scuole bilingue, scuole saami, corsi di studio specifici nelle università, centri culturali ed emittenti radiofoniche.  Hanno un inno e una bandiera, inaugurata nel 1986, e disegnata da Astrid Båhl, che ha impiegato i colori del gákti, il costume etnico, e apposto un cerchio a memoria dei tamburi rituali, bruciati dai colonizzatori, e quattro strisce, ognuna per gli stati moderni in cui il popolo saami è forzosamente diviso.

Oggi, gli ultimi indigeni europei affrontano sfide continue.  Secondo Aslak Holmberg, vice presidente del consiglio transnazionale che rappresenta gli interessi dei saami in Finlandia, Norvegia, Svezia e Russia, e altri delegati, la Finlandia e la Norvegia attentano alla pesca del salmone tradizionale, e negano il principio dell’auto-determinazione e la consultazione previa, nonché l’accesso alle fonti primarie di sostentamento.  I due governi hanno firmato un accordo che cambia radicalmente la pesca nel fiume Deatnu sul confine fra questi paesi: i permessi devono essere acquistati, online e in giorni e orari precisi; inoltre, zone, finora destinate all’uso esclusivo dei saami, vengono aperte al pubblico generale.  La giustificazione ufficiale, per la quale si starebbe proteggendo la specie ittica, irrita i saami che ribattono classificandola di paternalismo nei confronti di un popolo che ha sempre difeso la natura artica dall’avanzata dell’industria estrattiva e delle infrastrutture.  Citano poi il fatto che la pesca consuetudinaria è stata ridotta dell’80 per cento, di contro a una diminuzione del 30-40 di quella da diporto.  Attraverso la campagna Ellos Deatnu! – Viva il Deatnu, i saami si sono rivolti ai governi di Finlandia e Norvegia, esigendo prove dei supposti maggiori diritti sul fiume rispetto alle popolazioni native.

La regione polare, con le sue riserve di uranio, oro, diamanti, zinco, platino, nickel, gas e petrolio, è anche sotto la pressione di un boom estrattivo.  Nella disputa in atto sulle miniere di ferro, il parlamento saami ha invano richiesto al governo svedese una moratoria in attesa della ratifica della Convenzione 169 sui popoli indigeni e tribali – non è stata ratificata da Svezia, Finlandia e Russia.  In Finlandia, il parlamento saami, in relazione alla costruzione di una linea ferroviaria, ha sottolineato l’obbligo dello stato a interpellare gli abitanti locali nella progettazione di grandi opere viarie per valutarne l’impatto.  Tuttavia, l’aggiornamento della legislazione forestale finlandese ha cassato proprio l’articolo attinente alla protezione dei saami.

Questi conflitti evidenziano un diverso intendimento della nozione di cultura e natura.  Per i saami, le forme tramandate di vita, e l’utilizzo etico di terre e acque, costituiscono il fondamento dell’identità e la visione del mondo.  Sul piano delle convenzioni internazionali, il riconoscimento di “popolo originario”, concede loro di usufruire di appezzamenti riservati al pascolo e il monopolio sull’allevamento delle renne, compensazioni senza le quali questa realtà sarebbe già da tempo scomparsa.  Contestazioni e violazioni tuttavia continuano, nonostante l’articolo 26 della Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni chiarifichi che tutte le risorse naturali, di superficie e sottosuolo, in terre ancestrali, appartengano ai popoli indigeni.

 

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