Giornata mondiale dei popoli indigeni

Testimoni e custodi del mondo, le persone appartenenti ai popoli originari sono 370 milioni, secondo i dati elaborati dalle Nazioni Unite, 430 per Survival International. Cinquemila comunità distribuite in settanta paesi, alcune delle quali prossime all’estinzione, e tutte soggette ad alti livelli di esposizione al Covid-19.

L’aumento dei vettori virali, dovuto all’inarrestabile avanzata della frontiera agropecuaria, lo sfruttamento indiscriminato del sottosuolo, a fronte di interessi privati, nazionali e transnazionali, la corruzione endemica, e la diminuzione dei controlli, nel contesto dell’emergenza sanitaria, non è controbilanciato da una presenza adeguata di sistemi sanitari, e dispositivi di protezione, nei territori indigeni. Se da un lato i governi non tutelano la salute, si stanno verificando forme di autoisolamento o autodisciplina.

In India, per esempio, i Chenchu si sono riparati in un’area che era stata designata dallo stato alla riserva delle tigri Amrabad. A Sumatra, gli Orang Rimba sono tornati a occupare le proprie terre, dalle quali erano stati cacciati per far spazio alla coltivazione della palma da olio. Mentre i Maasai, in Kenya, rinunciano a riti collettivi per prevenire il contagio, in altri casi il distanziamento non può essere applicato. I nomadi Yanomami del Brasile devono mantenersi a stretto contatto gli uni con gli altri nella pratica della caccia e dormire in cerchio per difendersi dai predatori.

La pandemia, la cui causa scatenante risiede nell’impatto sulla biodiversità delle forme di produzione dell’economia globale, e la cui rapida diffusione si fonda su pressione demografica e urbanizzazione eccessive, evidenzia l’antitesi della civiltà dominante con la sostenibilità necessaria per la vita sul pianeta, asse della visione cosmogonica e l’organizzazione sociale delle popolazioni ancestrali. Rappresenta, inoltre, con la maggiore vulnerabilità di quest’ultime, un rischio per la conoscenza delle radici dell’umanità.

 

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