Grandi momenti della storia: la conferenza di Ginevra

26 aprile – 21 luglio 1954

Con la conferenza di Ginevra, i rappresentanti  delle quattro grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale – Unione Sovietica, Stati Uniti, Regno Unito e Francia -, insieme alla Repubblica Popolare Cinese, lavorarono a un accordo per la stabilizzazione della Corea e dell’Indocina francese. In realtà, tutti i paesi coinvolti erano interessati a restaurare o affermare vecchie e nuove sfere di influenza geopolitica, a scapito delle aspirazioni di indipendenza di paesi a lungo soggiocati dal colonialismo, sia occidentale sia asiatico. Lontani da una ricerca genuina della pace, vennero, invece, create le premesse per un altro sanguinoso confronto armato.

Le sedute furono presiedute dal sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov e dal britannico Anthony Eden, entrambi diplomatici di lungo corso. Sulla Corea, non si raggiunsero risultati. Gli incontri produssero, invece, un trattato, riguardo alla questione indocinese, firmato per la Francia, dal presidente del consiglio, Pierre Mendès-France e, per il Viet Minh, dal vice-capo del governo, Phạm Văn Đồng, poi primo ministro del Vietnam del Nord. Non si riuscì, tuttavia, ad assestare la regione. La divisione territoriale, con le forze francesi trasferite a sud del diciassettesimo parallelo, e le forze Viet Minh attive nel meridione spostate a nord, generò insoddisfazione e le condizioni per la guerra del Vietnam, l’anno seguente.

Al termine del conflitto mondiale, il crollo del dominio giapponese in Asia non aveva condotto al ripristino del colonialismo occidentale, bensì era stato seguito dal sorgere di movimenti locali per l’autodeterminazione. La situazione era complicata dal contrasto degli Stati Uniti all’espansionismo del comunismo che si stava inserendo all’interno dei gruppi indipendentisti asiatici. Nel 1950, la guerra di Corea aveva opposto gli eserciti nord-coreano e cinese agli Stati Uniti. Fin dal 1946, inoltre, era in atto la guerra d’Indocina tra la Francia, con l’appoggio militare americano, e i nazionalisti vietnamiti.

Nel 1953, si verificarono circostanze favorevoli a un componimento. L’ascesa in Unione Sovietica di una dirigenza decisa a intraprendere la strada della “coesistenza pacifica” con l’occidente. La conclusione di un armistizio in Corea che convinse i francesi a perseguire a loro volta una strada negoziale per la fine del conflitto in Indocina. La determinazione dei dirigenti cinesi di entrare a far parte della scena diplomatica e dimostrare moderazione, per attenuare l’ostilità nei suoi confronti. Inoltre, la Cina temeva che, in assenza di un compromesso in Indocina, ci fosse il rischio che gli Stati Uniti soppiantassero i francesi e intervenissero minacciando la sicurezza della sua frontiera.

D’altra parte, le posizioni delle delegazioni erano inconciliabili e i colloqui risultarono infruttuosi, fino alla metà di giugno. Gli Stati Uniti non avevano intenzione di impegnarsi in alcun accordo con i comunisti, tantomeno di assegnare riconoscimento al Viet Minh, e pressionavano i francesi affinché non facessero concessioni. Erano contrari a un compromesso anche gli esponenti vietnamiti anticomunisti, legati all’imperatore Bảo Đại. La Francia voleva guadagnare tempo per ridurre le perdite sul terreno, dopo la disfatta di Dien Bien Phu del 1953, e tranquillizzare l’opinione pubblica interna, con una soluzione che non prevedesse una sintesi politica stabile. Il Viet Minh puntava al ritiro completo e incondizionato dei francesi e un assetto finale affidato alla libera e autonoma decisione dei vietnamiti.

Due fattori sbloccarono la conferenza. In Francia cadde il governo e il presidente del consiglio entrante si impegnò a trovare un accordo in un mese o a presentare le dimissioni. Il primo ministro cinese, Zhou Enlai, convinse, allora, i rappresentanti vietnamiti a rinunciare a sostenere le richieste del Pathet in Laos e dei Liberi Khmer in Cambogia e Laos, forti elementi di contenzioso, per la dottrina americana del contenimento del comunismo. Cominciò, dunque, a Berna, una trattativa segreta tra Cina e Francia, in cui si prospettò la possibilità di una tregua militare e una divisione del Vietnam in due stati distinti.

Il Viet Minh sottoposto alle pressioni di cinesi e sovietici, finì per accettare il progetto di spartizione, anche se la sua linea diplomatica premeva perché venisse fissata al tredicesimo parallelo, fosse temporanea, e prevedesse elezioni generali entro sei mesi per consultare la riunificazione del Vietnam. Un referendum in tempi così rapidi avrebbe con ogni probabilità visto un trionfo del movimento indipendentista e la Francia non era disposta a cedere a queste condizioni.

La conferenza ebbe la svolta finale il 12 luglio su iniziativa di Molotov che riunì nella sua residenza a Ginevra tutti gli attori principali, tranne gli Stati Uniti e il delegato dell’imperatore Bao Dai. Il Viet Minh rilanciò con il sedicesimo parallelo ed elezioni generali entro un anno, diciotto mesi al massimo; mentre la Francia spingeva per il diciottesimo parallelo e consultazioni elettorali in data da stabilirsi. Molotov fece una proposta di compromesso che raggiunse il consenso delle parti: la divisione del Vietnam sarebbe stata stabilita sul diciassettesimo parallelo e le elezioni si sarebbero tenute entro due anni

Queste inattese conclusioni permisero a Mendès-France di raggiungere la pace nei tempi previsti nel suo discorso di insediamento e di ottenere condizioni meno dure di quanto era prevedibile dopo la catastrofe militare. Pham Van Dong e i delegati del Viet Minh, invece, furono delusi dal mancato appoggio delle grandi potenze comuniste. Per la Cina, fu un importante successo e dimostrò la sua influenza e la sua spregiudicatezza. Zhou Enlai giunse al punto di affermare, dopo la conclusione dei lavori, che auspicava una divisione permanente del Vietnam.

La dichiarazione firmata dalla Francia e dal Viet Minh ricevette solo un sostegno verbale dalle altre potenze presenti alla conferenza che in questo modo prendevano nota dell’intesa raggiunta tra le parti. Tuttavia, gli Stati Uniti, non approvarono neppure questo documento minimale.

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