Testimonianza della resistenza maya: Otilia Lux de Cotí

Lo sguardo acuto di Otilia Lux de Cotí, politica e attivista maya-quiché, si staglia dalla parete verde cinabro della sala da pranzo della sua casa di Città del Guatemala, su cui campeggia la vergine di Guadalupe e un trionfo di angeli.  Nel mezzo di una difficile campagna per le elezioni presidenziali, e nell’anno internazionale delle lingue indigene, ragioniamo a lungo di politica, nazioni autoctone e giustizia sociale, in un paese in cui, in base ai dati dell’Onu, il 60 per cento della popolazione vive in povertà, percentuale che arriva al 76 nelle zone rurali, e oltre il 79 nelle comunità indigene, dove il 61 per cento dei minori soffre di malnutrizione.

MP:  A marzo, l’accordo sull’identità e i diritti dei popoli indigeni, siglato a Città del Messico tra l’esecutivo e l’unità nazionale rivoluzionaria guatemalteca, ha compiuto ventidue anni.  Tu sei stata una delle protagoniste di quel faticoso processo, che a partire dalla decade dei settanta e attraverso il conflitto armato interno, ha condotto alla sintesi di un’agenda di diritti e sviluppo.  Quale progresso ha apportato in una società di retaggio ancora coloniale?

OL:  L’esito principale è consistito nell’empowerment derivato dall’esercizio di partecipazione, discussione e organizzazione, del popolo maya, e la costruzione di una società civile indigena.  I suoi contenuti centrali sono rimasti lettera morta.  Mi riferisco alla questione della terra, la gestione dei territori ancestrali, e la distribuzione di opportunità e benefici del settore economico.  I governi che si sono succeduti non sono stati in grado di esprimere legislazione e istituzioni effettive per la sua esecuzione o per quella della Convenzione 169 sui diritti dei popoli indigeni e tribali dell’Organizzazione internazionale del lavoro.  Il razzismo strutturale e l’indifferenza di gran parte dell’opinione generale, esaurito l’entusiasmo per la firma degli accordi di pace, hanno prodotto stagnazione.  Un esempio concreto è quello della riforma costituzionale, che ignorando le configurazioni associative e decisionali maya, finisce per risultare anacronistica e disfunzionale, e ribadisce che l’unica tipologia di relazione dello stato con i popoli indigeni è di natura repressiva [per l’antropologo messicano Francisco Lizcano, il 53 per cento della popolazione guatemalteca è indigena, di questa quasi il 96 è maya; il Guatemala è al secondo posto in America Latina per proporzione di popolazione indigena, ndr].  In questo contesto, si sta aprendo strada la domanda di una costituente popolare che possa dare vita a uno stato plurinazionale.

MP:    Il movimento indigenista di sinistra Winaq, fondato da Rigoberta Menchú, di cui sei stata deputata, contende alle presidenziali di giugno con un candidato per la massima carica dello stato e una candidata per la vice-presidenza.  Altri cinque candidati indigeni si presentano, uomini e donne, per l’una o l’altra posizione, con Movimiento para la Liberación de los Pueblos, Convergencia, Urng-Maíz, e Victoria.  Quali sono le campagne per le quali si impegnano a battersi?

OL:  Protezione delle risorse naturali, proprietà della terra, autonomia alimentare e rispetto dei diritti umani sono i grandi temi sui quali le organizzazioni indigene vogliono puntare l’attenzione e intorno ai quali si gioca il futuro.  Riteniamo fondamentale che venga ridisegnato il piano nazionale di estrazione mineraria, si pongano limiti all’accaparramento dell’acqua dei fiumi e dei laghi [è in atto una mobilizzazione capitanata dal consiglio degli anziani di San Pedro La Laguna per proteggere il lago Atitlán, ndr], e vengano restituite le terre requisite nel corso della guerra.  Basti pensare che sono stati risolti solo due o tre casi.  Si tratta di un debito che lo stato non può continuare a ignorare.  La parabola della democratizzazione inaugurata con la pacificazione non è stata completata per assenza di volontà politica.  Si è proceduto per traguardi minimi, spesso rovesciati da eventi posteriori, e non per tappe sostanziali e durature.  Soprattutto, non si è arrivati a concepire un programma di sviluppo delle capacità umane per ampliare le potenzialità in maniera orizzontale e consolidare una sovranità popolare consapevole.  I guatemaltechi devono riconoscere che sin qui hanno fallito nella scelta dei propri rappresentanti e le statistiche sulla persistenza della povertà, e il tasso di violenza che deriva dalla polarizzazione delle fazioni, sono una prova contundente.

MP:  In Guatemala non si sono chiusi i conti con il genocidio maya e la violenza contro gli oppositori dei regimi militari, susseguitisi fin quasi alla fine del secolo.  La verità storica, chiarita da una commissione ad hoc delle Nazioni Unite, ha visto i responsabili restare impuni.  E alle prossime elezioni si era presentata anche Zury Ríos, figlia di Efraín Ríos Montt, responsabile di un golpe e condannato a una pena, mai scontata, di ottanta anni di carcere per massacri di interi villaggi.  La pace si firma, ma poi bisogna fabbricarla giorno dopo giorno: è possibile a queste condizioni?

OL:  Questo è il frutto di una devastazione ideologica a cui assistiamo da tempo.  Zury Ríos era un’opzione che di certo il Guatemala non meritava, ma è stata esclusa solo per motivazioni burocratiche.  La campagna corre un alto rischio di scontro, mentre incalzano gli assassinati di matrice politica.  Il Guatemala è assediato dalla violenza e sottoposto a pressioni di vario ordine che provengono sia dagli Stati Uniti sia dall’America Latina.  Gli organismi incaricati della trasparenza e la sorveglianza delle regole, come il tribunale supremo elettorale, o la commissione contro l’impunità, sono soggetti a infiltrazioni e condizionamenti che non ne permettono il corretto funzionamento.  Sono le reti sociali che svolgono un lavoro di contenimento per evitare una pericolosa intensificazione.  Pensavamo che dopo la verità sarebbe arrivata la giustizia e con questa la pace. Invece non è stato possibile aprire nuovi processi e le sentenze di quelli passati in giudicato sono state annullate. La giustizia transizionale non è stata una priorità dello stato e stanno avanzando tentativi di abrogazione di risultati raggiunti, come la mozione di eliminazione del delitto di lesa umanità nella legge di riconciliazione nazionale e un discorso pubblico che caldeggia l’amnistia dei crimini di guerra [il 16 marzo ha avuto luogo una marcia nazionale delle persone sopravvissute a sequestro durante le dittature dal 1960 al 1996, ndr].  Le vittime continuano a essere minacciate e non è stato applicato alcun criterio di riparazione.  Se almeno fossimo riusciti ad approvare quote per gli indigeni e per le donne, si sarebbe potuto ampliare il ventaglio di culture e visioni, oltre le cerchie conservatrici.

MP:  Sei stata deputata, ministra e hai vinto un seggio al parlamento centroamericano, poi revocato, pur essendo in quota ai partiti minori.  In queste posizioni, conquistate con la tua competenza, in una realtà dove il potere si spartisce tra fratelli, figli, nipoti, e coniugi – come si può evincere da numerose candidature dell’attuale tornata, in quale modo sei stata toccata dalla discriminazione?

OL:  Nella mia esperienza a capo del ministero della cultura, mi hanno osteggiata per essere donna e per essere indigena.  Non dubito che un sostrato di intolleranza sia alla radice delle vicende legate alla mia mancata elezione al parlamento centroamericano che sto contestando in sede alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani.  Nonostante tutto, da ministra ho sempre agito per il bene collettivo, sebbene mi sia trovata a operare per un sistema che ha sempre soppresso il mio.  Ho ristrutturato un ministero che stava per chiudere, restaurato il teatro nazionale, innalzato il livello dell’orchestra sinfonica.  E ho portato il patrimonio delle élite fuori dalla capitale, in tour nelle piazze delle città indigene.

MP:  Le Nazioni Unite hanno proclamato il 2019 anno internazionale delle lingue indigene.  La possibilità di usare l’idioma nativo è un prerequisito per la libertà di pensiero, opinione ed espressione, l’accesso all’educazione, l’informazione e il lavoro, così come la realizzazione di tutti gli altri diritti umani.  Come trasformare un gesto simbolico in strategico?

OL:  In Guatemala il simbolico diventerebbe strategico se le lingue indigene fossero riconosciute e praticate nella giustizia ordinaria e di riparazione, se fossero impiegate in politica estera, se le conoscenze tradizionali fossero integrate nell’educazione e la ricerca, se lo stato diventasse multiculturale nella sua amministrazione.  Una volta ci chiamavano sommariamente ‘indios’, ma noi maya abbiamo una traiettoria millenaria e una lingua franca [il nahuatl, parlato dai maya del Messico, El Salvador e Guatemala, in un’area in origine chiamata Mesoamerica, ndr].  Questo nome ce lo siamo tornati ad attribuire negli anni settanta.  Le università però mantengono curricula dove viene riflesso solo il pensiero dominante, e il sapere viene trasmesso nella lingua dei colonizzatori, quando noi coesistiamo ai ladinos [in Centroamerica il termine si usa per riferirsi ai discendenti degli spagnoli, ndr], nello stesso territorio, la stessa società e lo stesso tempo.  I nomi delle regioni e delle città sono maya, come può non esserci spazio per la nostra lingua?

 

Una versione di questo articolo è stata pubblicata da Solidarietà Internazionale, rivista bimestrale di fatti, storie e racconti dal mondo, del Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale (Cipsi).

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