Aotearoa New Zealand

 

I māori sono rappresentati in maniera sproporzionata nelle statistiche socio-economiche negative della Nuova Zelanda, concentrati in fasce di impiego non specializzato, dove i salari sono bassi e la disoccupazione alta.  Il censimento del 2013 indica che i māori costituiscono quasi il 15 per cento della popolazione, 598.605 persone, quando alla fine del diciottesimo secolo erano un milione, e dopo aver toccato il punto dell’estinzione con 40.000 individui, verso la fine del diciannovesimo, a motivo del conflitto coloniale.  La loro rapida urbanizzazione a partire dagli anni sessanta – l’ottanta per cento del totale, ha eroso l’organizzazione composta da tribù e clan.  La condizione di povertà ed esclusione ha anche contribuito a una scarsa autostima e comportamenti violenti e criminali.  Sebbene la questione della terra, nelle forme di resa o compensazione, a riparazione della confisca da parte della corona britannica, sia sempre stata centrale, i māori conservano il 5 per cento dei loro possedimenti originari – l’1 per cento al tempo della seconda guerra mondiale.  E nonostante le proclamate politiche di biculturalismo, la prima città bilingue del paese è stata realizzata a Rotorua solo nel 2017.

La resistenza è stata giocata con intelligenza intorno all’attuazione del trattato di Waitangi, firmato nel 1840, dalla regina Vittoria e cinquecento quaranta capi māori, fra cui tredici donne, che attesta la pertinenza autoctona di terre e foreste, e investe dei medesimi privilegi dei sudditi britannici, con il risultato immediato della prelazione del governo per l’acquisto di appezzamenti.  Il trattato venne stipulato in un’epoca in cui l’Inghilterra intendeva stabilire un insediamento nella futura Nuova Zelanda e gli indigeni di Aotearoa cercavano protezione dalle incursioni militari francesi.  Il documento, redatto in entrambi gli idiomi dei sottoscriventi, contiene difformità significative nella traduzione di termini strategici come quelli di “avere” e “cedere” la “sovranità”.  Tali discrepanze, in aggiunta all’assenza di scrupoli dei coloni e alla loro crescente pressione, condussero a una guerra durata oltre dieci anni nel periodo posteriore all’accordo, e hanno poi influito nella politica, l’ordinamento dello stato e il sistema legale neozelandesi fino ai nostri giorni.

Quest’anno, centinaia di leader, attivisti, sindacalisti, famiglie e studenti, hanno delimitato con una catena umana un territorio ancestrale nella zona di Auckland, destinato a sfruttamento privato, la cui proprietà, sequestrata in contravvenzione del trattato, è rivendicata dagli abitanti locali.  Nel corso della storia, il suolo è stato sottratto ai māori con ogni mezzo e inganno: se per legge poteva essere requisito per la costruzione di infrastruttura viaria, strade e ferrovie vennero di proposito fatte passare per le riserve in modo da preservare gli interessi dei contadini; zone māori confiscate per l’edificazione di scuole, e altri lavori di pubblica utilità, in realtà mai usate per lo scopo dichiarato, non furono restituite; le condizioni per gli appelli vennero studiate in modo da essere impossibili da compiere per le comunità native; e, soprattutto, la compravendita venne organizzata in modo che avvenisse senza che i legittimi detentori potessero esercitare volontà diretta.  E dal 1884, quando il re māori, accompagnato da una delegazione di dignitari, si recò a Londra con l’intenzione non riuscita di negoziare con la monarca; passando per il disegno di legge per il controllo delle proprie terre, e dei mezzi di sostentamento ad esse connessi, introdotta al parlamento della Nuova Zelanda nel 1894 e bocciata due anni più tardi; fino alle marce, le campagne, e le cause legali intentate e vinte negli anni settanta, che portarono alla creazione di un tribunale apposito per la corretta applicazione del trattato, la lotta non si è mai spenta.

Il tribunale equivale di per sé al riconoscimento dell’esistenza del popolo māori, della sua presenza antecedente all’arrivo degli inglesi, e dell’impegno a rispettarne il diritto alla terra.  Negli anni ottanta, la nazione māori chiede che quanto stabilito dal trattato di Waitangi sia incluso nella costituzione e che l’intero apparato politico venga rifondato su questi presupposti.  In cambio, vengono ampliati i poteri del tribunale fino a coprire infrazioni dal 1840 e ai richiedenti viene sancita la facoltà di ottenere restituzione e risarcimento per le perdite subite.  Nel 1987 il consiglio māori della Nuova Zelanda riesce a fermare il trasferimento di terreni a imprese statali, che doveva servire da preludio a una sequela di privatizzazioni, argomentando che se questi fossero stati venduti non ci sarebbero stati beni per le denunce inoltrate al tribunale.  Allo stesso modo, vengono impedite concessioni di sfruttamento del carbone, dovuto al fatto che le miniere si trovano in luoghi espropriati.

Statuti e leggi, tuttavia, non hanno generato il cambio radicale per cui si è continuato a combattere da quasi due secoli.  Nel 1994, il governo ha persino tentato la soluzione definitiva con uno stanziamento di un miliardo di dollari neozelandesi, che avrebbe voluto dirimere ogni situazione pendente ed esaurire qualsivoglia diritto acquisito con il trattato.  La proposta, nella sua mancanza di considerazione per l’impatto sociale, politico e culturale dell’occupazione, la sua mentalità da contesto coloniale, e carente comprensione dell’identificazione spirituale dei māori con la natura, è stata, pur con alcune eccezioni, rifiutata.  Basti pensare che sulla maggioranza dei casi, che includono tre quarti dell’isola del sud e ampie estensioni dell’isola del nord, non si è ancora deliberato, mantenendo una diffusa insicurezza economica.

Se fra i māori ci sono differenze di opinione, generazionali o provocate dalla contrapposizione urbana-rurale, riguardo alle modalità di raggiungimento dell’autodeterminazione, negli anni duemila, l’idea della sovranità è stata universalmente abbracciata.  Le massicce proteste del 2004, in seguito a un provvedimento che pretendeva di rinnegare alcune prerogative consuetudinarie, hanno condotto alla separazione dal partito laburista e la fondazione del partito māori.  E malgrado l’attacco nel 2006 dell’intero parlamento, escluso il partito verde, mediante un decreto che mirava alla cancellazione dei principi del trattato di Waitangi, annullato da una delibera del dipartimento di giustizia, nel 2007, è stata invece approvata una legge che intende facilitare l’interlocuzione fra il sistema giuridico e la gestione comunitaria di risorse e responsabilità della tradizione aborigena.  Di fatto, questo è il peccato capitale che attraverso un loop perverso e ostile ha sostituito la pratica della comproprietà della terra con la proprietà privata e individuale affinché l’Inghilterra se ne potesse impossessare in modo certo.  I termini legali del linguaggio transazionale degli affari, come “beneficiario” e “socio”, non hanno nulla a che vedere con l’essere un “guardiano della terra” o con il concetto di “custodia” della lingua māori e la relazione che instaura con l’ambiente circostante.  Andrà, quindi, lanciato un dibattito nazionale sulla proprietà māori che permetta di oltrepassare le figure estranee e problematiche utilizzate sinora.

E’ una partita contro la pesante eredità della colonizzazione.  Non si tratta di finanziamenti per programmi rurali o di assistenza a famiglie urbane a rischio.  L’iniquità non si supera con i servizi sociali.  Tutti i comportamenti, quelli distruttivi, i meno comprensibili, vengono da lontano.  Il trauma è passato di generazione in generazione.  Le persone stanno ancora soffrendo per ciò che è avvenuto ai loro nonni e bisnonni, per le circostanze in cui hanno perso il territorio, e per come le loro vite sono state interrotte e dislocate.  Il razzismo istituzionale si neutralizza con un trasferimento di poteri, non certo con qualche grado di partecipazione nella definizione del welfare o di espressione culturale.  L’idea confortante che con spirito di tolleranza si possa sanare la ferita non coglie l’essenza del trattato di Waitangi e delle riforme costituzionali per le quali si battono con coraggio e determinazione gli avvocati e i politici māori.

 

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4 thoughts on “Aotearoa New Zealand

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  1. Un popolo che all’epoca della colonizzazione aveva un consiglio di stato, un sistema giudiziario e un apparato di polizia, e che ha firmato un trattato alla pari con un altro stato.

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