Casamance

Si continua a sparare in Casamance, limbo meridionale del Senegal, isolato dal resto del paese, e incuneato fra il Gambia e la Guinea-Bissau.  Il clamore delle atrocità compiute nelle vicine Liberia e Sierra Leone ha sottratto l’osservazione dei media dalla lotta separatista più lunga nell’Africa occidentale.  A gennaio sono stati trucidati in un agguato tredici giovani, alcuni dei quali adolescenti, sorpresi mentre stavano raccogliendo legna.  Nella nazione reputata un faro della democrazia africana, generazioni sono state private dei mezzi di sussistenza in un progressivo depauperamento dell’economia locale.  Nella regione, per la florida agricoltura, con piantagioni di riso, agrumi e foreste ricche di anacardi e teck, nel 1645, fu stabilita la capitale commerciale dell’allora colonia portoghese.  Oggi importanti settori sono stati svuotati delle loro potenzialità: i terreni impraticabili per via di ordigni inesplosi, la selva caduta nelle mani di contrabbandieri, la pesca abbandonata, le spiagge bianche e sabbiose della costa escluse dalle rotte del turismo.  Gli organismi per gli aiuti internazionali hanno chiuso le attività di assistenza per la salute e la ricostruzione del tessuto produttivo familiare.

Sebbene la guerra sia esplosa nel 1983, persistono le condizioni che ne sono state la causa, e la crescita generale ha solo acuito differenze e marginalizzazione.  Dakar è responsabile delle politiche, o delle mancate decisioni, che tengono la Casamance in scacco, e gli indici di sviluppo non giustificano il concorso estero.  Amnesty International, nel 2004, ha stimato le perdite, incluse sparizioni ed eliminazioni extra-giudiziali, fra le 3 e le 5 mila, paragonabili quindi alle dimensioni del conflitto nell’Irlanda del Nord; e secondo associazioni non governative 150 mila persone hanno visto la propria casa, se non l’intero villaggio, distrutti, e 16 mila rimangono tuttora sfollate, di cui 10 mila rifugiate in Gambia e Guinea-Bissau.  Intellettuali, come lo storico Jean-Claude Marut, hanno parlato di “una seconda colonizzazione” e dell’erosione dell’identità culturale del territorio.  Nel 2005 è stata creata un’agenzia nazionale per la ricostruzione.  I programmi però sono stati scarsamente finanziati e molte delle abitazioni costruite nel 2013 e nel 2014 si sono sfasciate alle prime piogge stagionali.  Il movimento di profughi su larga scala nella capitale regionale Ziguinchor ha provocato un collasso delle già deboli strutture sociali esistenti, dove il lavoro è precario, mal retribuito, e non vi sono opportunità per la piccola imprenditoria.

Il dilemma principale per il ripopolamento delle campagne è quello delle mine.  Handicap International, fra il 1990 e il 2008, ha calcolato che sono state uccise o mutilate centinaia di persone, ma gli stanziamenti inviati in risposta all’appello del presidente Macky Sall alla comunità mondiale, sono caduti nel vacuum dell’intransigenza politica e di interessi utilitaristici che tengono bloccata la bonifica, mentre la gente paga con la moneta del futuro.  Le mine sono state collocate sia dall’esercito regolare sia dal Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (MFDC), anche se ci sarebbero prove che l’uso da parte di quest’ultimo sarebbe pressoché sporadico.  Lo sminamento è stato dirottato lungo il tracciato dell’autostrada RN6, sponsorizzato dall’agenzia di cooperazione esterna degli Stati Uniti, nonostante gli stessi residenti non considerino le mine un problema, con il fine di deviare personale e attenzione da zone strategiche per l’esercito, al punto che i donanti hanno ritirato o non hanno rinnovato le sovvenzioni, denunciando la mancanza di volontà politica. L’ente preposto al coordinamento delle operazioni non collabora con gli esperti internazionali e impedisce loro di acquisire informazioni sul posizionamento degli ordigni da fonti militari, civili e ribelli, o di verificarle sul terreno quando sono state reperite in maniera informale.  Allo stato delle cose, addirittura si nega che l’esercito abbia una mappatura delle proprie mine.  Il nocciolo della vicenda è che l’esistenza di zone off-limits permette il proseguimento indisturbato di traffici illeciti e mantiene il riserbo sul fatto che l’esercito nazionale è il maggiore responsabile dei campi minati per evitare disequilibri durante le negoziazioni di pace.

Il MFDC nasce nel 1947 come compagine anti-colonialista e con l’obiettivo di ottenere rappresentazione politica, risorse per lo sviluppo, e la piena attuazione dei diritti dei Diola, popolo indigeno, che costituisce il 3.7 per cento del totale della popolazione, e il 60 per cento degli abitanti di Ziguinchor, seconda città per grandezza del Senegal.  I Diola hanno una tradizione assestante rispetto al gruppo dominante wolof, che ha preso il sopravvento nelle decadi posteriori all’indipendenza, e sentono di non aver conseguito il dovuto riconoscimento in termini di condivisione del potere e della partecipazione all’amministrazione pubblica; soprattutto non hanno visto adempiute le aspirazioni di autonomia.

All’indomani dell’affrancamento dalla Francia nel 1960 – l’area era passata sotto il gioco francese nel 1886 con un trasferimento di sovranità firmato a Parigi con il Portogallo, il MFDC assume caratteristiche secessioniste e una militanza vivace, attraverso programmi radiofonici, pamphlets e assemblee politiche.  Nel 1980, si registra un violento sciopero studentesco, e disordini scoppiati intorno alle sorti della squadra locale nel campionato nazionale di calcio, per supposte irregolarità arbitrali.  Poi, il 18 dicembre del 1982 – giorno ricordato come la “domenica di sangue”, dimostrazioni pubbliche con migliaia di aderenti, in cui viene ammainata la bandiera senegalese dagli edifici pubblici, conducono al decesso e l’arresto di centinaia di persone, e alla condanna a dieci anni di reclusione per nove attivisti, tra cui la carismatica figura del prete cattolico Augustin Diamacoune Senghor – la Casamance è un contesto a componente cristiana in un paese musulmano.  L’anno seguente, dopo proteste sedate con un alto costo di vite umane, inizia una campagna di bassa intensità, con l’appoggio di militari dell’esercito senegalese in congedo e veterani di Algeria e Indocina.  L’apertura del presidente Abdou Diouf alla nomina di quattro ministri della Casamance nel suo gabinetto non stempera le tensioni, in quanto allo stesso tempo non si fermano repressioni, torture ed esecuzioni, fino ad arrivare all’escalation del MFDC negli anni novanta, guidata dal gruppo “Atika” – guerrieri nella lingua Diola, e alleati in Gambia e Guinea-Bissau, che lo equipaggiano di armi sofisticate.

Nel 2000 viene eletto Abdoulaye Wade, il quale si impegna a risolvere la questione entro cento giorni dal suo insediamento.  Solo quattro anni più tardi viene firmato un accordo di pace che prevede l’amnistia dei guerriglieri e la loro integrazione nell’esercito, questo tuttavia si sfalda rapidamente fra accuse reciproche.  Due eventi riaccendono il combattimento: il rientro in Senegal nel 2006 del comandante Salif Sadio, dal suo riparo in Guinea-Bissau, e la morte nel 2007 di Senghor, all’età di 78 anni, complicando gli sforzi per la costruzione di un tavolo negoziale, e provocando numerosi scontri – Senghor era uno dei pochi interlocutori che potessero parlare con autorità a tutte le fazioni del MFDC.  Colloqui intermittenti con Macky Sall, nel cui discorso di giuramento del 2012, aveva definito la regione una priorità nazionale, e annunciato un Piano Marshall, hanno condotto nel 2014 all’annuncio di Sadio per un cessate il fuoco unilaterale, grazie alla mediazione della Comunità Sant’Egidio.

Purtroppo la pace non è vicina.  L’ostacolo sta nel trovare una soluzione duratura che soddisfi fazioni suddivise in ben tre stati – Senegal, Gambia e Guinea-Bissau, e con aspettative diverse.  Inoltre, ci sono elementi influenti nel MFDC votati all’indipendenza, che non sono pronti ad accettare niente di meno dal governo.  E ancora, sia l’insorgenza sia la contro-insorgenza, sono intessute in maglie di imprese illegali e criminali, che forti di un sottobosco di faccendieri e della porosità delle frontiere, hanno instaurato un’economia di guerra e prosperato nello status quo di un conflitto perpetuo.

 

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