
Il tatreez è il ricamo a punto croce, cucito con filo di seta su lana, lino o cotone, delle donne palestinesi, nei villaggi delle zone rurali, che decora gli abiti tradizionali. I suoi disegni geometrici non sono solo decorativi, comunicano l’appartenenza regionale, lo status civile ed economico, e la storia familiare della donna che li indossa. Questo antico mestiere, che si tramanda di madre in figlia, è diventato un forte simbolo identitario e di resistenza. Durante i periodi in cui la bandiera palestinese era vietata, i motivi vennero riadattati nei cosiddetti “abiti dell’Intifada“.
Si tratta di una pratica sociale e intergenerazionale, poiché le donne si riuniscono nei centri comunitari per ricamare e cucire, con figlie, famigliari e conoscenti, dove possono commercializzare i propri lavori, in forma individuale o collaborativa. La tradizione continua attraverso laboratori non solo in Palestina, ma nei campi profughi, e nella diaspora nel resto del mondo. Nel 2021, è stata iscritta nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’Unesco.
Purtroppo, è anche relazionata alle politiche e i comportamenti predatori di Israele. Infatti, case di produzione di abbigliamento, e persino note marche di moda, hanno utilizzato, sfruttandolo, il lavoro delle ricamatrici palestinesi, per prenderne il credito sul mercato internazionale e, addirittura, millantarne un’origine derivata dal proprio artigianato. Per questa ragione, si è voluto ampliare il potenziale del tatreez e collocarlo a un livello artistico internazionale, con un debito riconoscimento delle competenze.
Dal 2012, è al centro di un progetto incentrato sulla narrazione della storia palestinese. Coordinato da Jan Chalmers, già funzionaria dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa per la sigla in inglese), Jehan Alfarra, giornalista e scrittrice anglo-palestinese, e Ibrahim Muhtadi, designer palestinese, il progetto consiste nella realizzazione di pannelli, delle dimensioni di 80×50 cm, e 55 mila punti, che riproducono reperti archeologici, scene e luoghi biblici, documenti, mappe, episodi e figure storiche.
La prima fase venne completata, nel 2018, in occasione del settantesimo anniversario della Nakba, e la Risoluzione 194 dell’Onu, dove vengono sanciti il diritto dei rifugiati palestinesi a fare ritorno alle proprie case e lo status di Gerusalemme. Fu presentato, nel 2019, alla British Library di Londra, e nel 2024, incorporato al Palestine Museum US. Faisal Saleh, imprenditore palestinese-americano e fondatore del museo, gli ha dedicato due importanti mostre, a Washington DC nel 2025, e a Venezia nel 2026, in un evento collaterale della 61° Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
La mostra Gaza – No Words – See Exhibit, allestita a Palazzo Mora, rappresenta la seconda fase del progetto, dove il tatreez assume, con intensità maggiore, la forma di un atto di resistenza, a fronte dell’occupazione militare e l’apartheid sioniste, così come il genocidio perpetrato dallo stato di Israele, dal 2023. I pannelli ricamati in esposizione costituiscono una testimonianza collettiva, e un archivio visivo, dei crimini contro il popolo palestinese, e l’intera umanità, commessi con il supporto degli Stati Uniti, la collaborazione di paesi che fanno affari con la vendita di armi (Germania e Italia, fra gli altri), e l’indifferenza e l’inerzia di un’Unione Europea, ormai pleonastica nell’ordine mondiale.
In collaborazione con Chalmers, Alfarra e Muhtadi, Saleh, in qualità di curatore, ha selezionato cento nuovi soggetti, tra immagini fotografiche e video documentazione, raccolti dal web, e opere di artisti esposti al Palestine Museum US. Questi sono stati rielaborati sul piano del cromatismo, la vettorializzazione, e la pianificazione della densità dei punti, in modo da fornire una base fattibile di riproduzione nella tecnica del ricamo. Gruppi di donne della Cisgiordania e del Libano, e altre latitudini, tra cui l’Australia, rispecchiando la geografia imposta di dispersione fisica e depauperazione materiale, hanno prestato la creatività e l’arte, per la denuncia dell’arroganza e la violenza israeliane di stampo coloniale, e l’affermazione dell’identità palestinese.
Saleh, in dialogo con i giornalisti, nei giorni dell’inaugurazione, ha parlato di Gaza – No Words – See Exhibit come di uno strumento per “chiedere giustizia per le vittime e punizione per i responsabili” e della capacità dei palestinesi di ricreare spazi di presenza culturale e simbolica, contro l’appropriazione illegale di territorio e il feroce tentativo di cancellazione della propria nazione. Tanto è vero che il pannello centrale della mostra riproduce l’opera dell’artista Salim Assi – cresciuto da rifugiato in Libano, e ora residente in Danimarca -, Key of return.

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