Almanacco: le cinque giornate di Milano

Le cinque giornate di Milano raccontano del coraggio e la determinazione di una popolazione a lungo oppressa da una potenza occupante, che ne sfruttava le risorse e restringeva i diritti, controllando l’amministrazione pubblica, la giustizia e l’economia. L’insofferenza al dominio asburgico – esclusa la parentesi napoleonica e la creazione del Regno d’Italia (1805-1814) con capitale a Milano -, durava dal 1714. Già i carbonari milanesi, Silvio Pellico, Federico Confalonieri e Pietro Maroncelli, intorno al 1820, avevano agitato l’idea dell’indipendenza. Milano era una sorta di colonia interna dell’Austria, nella quale la valuta in uso era il fiorino austriaco, l’impero si arricchiva delle produzioni di cereali, riso, vino, armi e seta, e i lavoratori erano tenuti in condizioni di sfruttamento. L’alto livello di tassazione, per sostenere l’apparato statale e militare, e la leva obbligatoria nell’esercito, colpiva con durezza i ceti popolari. La gabella più odiata era il “testatico”, ovvero la tassa sulla persona. Ai contadini venivano imposte confische di derrate alimentari per i soldati stranieri. La trasformazione della produzione della seta in un monopolio statale, colpì le piccole imprese familiari che vivevano di scambi locali, spingendole al contrabbando. La povertà era diffusa e la dieta misera, basata sul consumo di mais. Inoltre, le necessità di sviluppo industriale, libertà di investimento ed esportazione, della classe borghese, si scontravano con una gestione fiscale e politica, che non teneva in conto del vivace dibattito nelle università e la camera di commercio. I resistenti vennero chiamati cospiratori e sovversivi, provocatori e sediziosi, perseguitati come banditi e criminali – un termine contemporaneo potrebbe essere quello di terroristi -, il cui unico trattamento possibile era l’annientamento.
A settembre del 1847, l’ingresso in città, e la messa inaugurale del nuovo arcivescovo, il bergamasco Carlo Bartolomeo Romilli, successore di Karl Kajetan Gaisruck, aveva trasformato i festeggiamenti in tafferugli antiaustriaci, con un insistente inneggiamento a Pio IX, il “papa liberale”, simbolo di speranza e rinnovamento per l’Italia risorgimentale, dal 1846 al 1848. La polizia caricò la folla in piazza Fontana, uccidendo un dimostrante e ferendone altri, fra cui molte donne e bambini. Le Congregazioni centrali della Lombardia e del Veneto, da tempo sollecitavano riforme politico-amministrative senza ottenere ascolto, e verso la fine dell’anno, prese piede una protesta nella forma di resistenza non violenta. Con l’intento di colpire le finanze imperiali, il Comitato patriottico milanese, integrato da giovani democratici, mazziniani e repubblicani, organizzò una campagna di boicottaggio, estesa a tutta la regione, dei monopoli del gioco del lotto e del consumo di tabacco. Solo quest’ultimo comportava un’entrata erariale di 4.5 milioni di lire l’anno. I soldati risposero con episodi di violenza gratuita nei confronti di passanti, e avventori di esercizi pubblici, per costringerli a fumare. La repressione dello sciopero provocò sei morti e oltre sessanta feriti.
La promulgazione dello Statuto albertino nel Piemonte sabaudo, e la concessione di costituzioni nel Granducato di Toscana e nello Stato pontificio, da parte di Ferdinando II, in seguito ai moti di Palermo, avvenuti a gennaio del 1848, esacerbarono l’oppressione asburgica, che con la proclamazione della Legge stataria, sospese le garanzie previste per gli imputati nei processi, negando la possibilità di inoltrare richiesta di grazia, contro le sentenze emesse dai giudici. Le notizie arrivate, fra il 16 e il 17 marzo, dei disordini in Francia, Austria, Ungheria, Boemia e Croazia, e soprattutto delle dimissioni del cancelliere Klemens Metternich, lasciarono, nondimeno, intravedere una possibilità di riscatto. Il fermento era tale, che temendo possibili ripercussioni a Milano, il viceré del Lombardo-Veneto, l’arciduca Ranieri d’Asburgo-Lorena, appreso il giovedì 16, recapitato con corriere urgente speciale, del precipitare degli eventi a Vienna, in via precauzionale, riparò in tutta fretta a Verona. Questa città era parte del Quadrilatero, un sistema difensivo, approntato dall’impero, per ostacolare i movimenti di truppe nemiche nella Pianura padana, che si dispiegava su un territorio i cui vertici erano le fortezze di Peschiera del Garda, Mantova, Legnago e Verona, comprese tra i fiumi Mincio, Po, Adige.
Si costituì, allora, un Consiglio rivoluzionario permanente, animato da patrioti come Luciano Manara (ricco borghese), Carlo Tenca (giornalista), Cesare Correnti (funzionario dell’amministrazione asburgica), e i fratelli Emilio ed Enrico Dandolo (figli del noto storico Tullio). Nella notte fra il 17 e il 18 marzo, il Consiglio redasse e diede alle stampe un proclama, nel quale si invitavano a raccolta i milanesi per il giorno seguente, lungo la Corsia dei Servi (ora Corso Vittorio Emanuele). Si esigeva l’immediata istituzione di una reggenza e di un consiglio di governo, l’abolizione della polizia politica e della censura sulla stampa, la formazione di una guardia civica. Il 18 marzo, venne, quindi, organizzato un raduno pacifico in corso Monforte, davanti agli uffici del governatore, seconda autorità dello stato, per richiedere che Milano e la Lombardia potessero godere di autonomia.
Il governatore, conte Johann Spaur, dal 6 marzo si trovava in congedo a Vienna e, per raggiunti limiti d’età, sarebbe stato, a breve, sostituito dal vice-governatore, Maximilian O’Donnell, nominato da meno di una settimana. Era stato il segretario di gabinetto dello stesso vice-governatore, il patriota Zendrini, a informare il Consiglio rivoluzionario, attraverso il collega Correnti, dei fatti di Vienna, e di alcune decisioni imperiali, come una nuova legge sulla libertà di stampa e la convocazione delle Congregazioni del Lombardo-Veneto. O’Donnell, pur cosciente di quanto si stava muovendo in città, aveva avvisato il generale Josef Radetzky, capo di tutte le forze militari in Lombardia, di non intervenire, in quanto certo che l’annuncio ufficiale delle concessioni avrebbe disposto la cittadinanza a favore. Il Consiglio, però, aveva concluso di giocare in contropiede, preoccupato da possibili retrocessioni, favorite dalla convenienza per la normalizzazione e continuità dei rapporti con l’impero, da parte dell’aristocrazia e l’alta borghesia a orientamento liberale e stampo conservatore, rispetto agli ideali e le aspirazioni della corrente repubblicana mazziniana, che annoverava tra le sue file Attilio de Luigi, Pietro Maestri, Luciano Manara e Giovanni Cantoni, e dei democratici riformisti, fra i quali spiccavano Carlo Cattaneo, Pompeo Litta e Giulio Terzaghi.
La mattina di sabato 19 marzo, una moltitudine era affluita al palazzo del Broletto, dove aveva sede il municipio, per esigere al podestà, conte Gabrio Casati, in quel momento a corso Monforte dal vice-governatore per consultazioni con altre figure di spicco, di sollecitare alle autorità austriache, il passaggio del governo. Giunta informazione dell’assembramento, O’Donnell, dietro suggerimento di Casati, ordinò di nuovo a Radetzky di restare in attesa, mentre il podestà faceva ritorno al municipio, con l’intento di calmare gli animi, grazie alla promulgazione delle decisioni imperiali, accordata con il vice-governatore. La folla che lo attendeva, tuttavia, lo ricondusse a forza al palazzo del governo, con il prefetto Giuseppe di Belgioioso, e altri notabili, affinché obbligassero O’Donnell ad accettare le istanze del proclama rivoluzionario. Nel frattempo, era sopraggiunto, l’altro corteo proveniente da Corsia dei Servi. La calca di gente che vestiva coccarde tricolore, ed era munita di bastoni e coltelli, prese la forma di un assalto, a causa dell’uccisione di una sentinella da parte del chierico Zaffaroni, e del fuoco aperto sui manifestanti, i quali a loro volta si riversarono all’interno del palazzo.
Per mantenere l’ordine, su consiglio del podestà e dell’arcivescovo Romilli, presente sulla scena, il vice-governatore, firmò tre decreti, forse dettati da Enrico Cernuschi, banchiere e patriota, che affidavano al municipio di Milano, il governo e la sicurezza della città, con l’assunzione dell’autorità di una guardia civica, e la conseguente destituzione della polizia austriaca e la consegna delle armi al municipio. O’Donnell si affacciò al balcone del palazzo con un fazzoletto bianco cinto intorno al cappello, in segno di resa. Arrivò anche la segnalazione della cattura del conte Bolza, commissario della polizia politica austriaca, il quale, nel 1821, volle portare di persona il patriota Federico Confalonieri, al carcere dello Spielberg. Radetzky, trasferitosi al Castello Sforzesco, dalla cancelleria di Palazzo Cagnola in via Cusani, dichiarò lo stato d’assedio che concentrava in sé tutta l’autorità. Isolò Milano dal resto del territorio, impedendo agli insorti di accedere alle armi, accumulate e nascoste, negli orti fuori dalle porte della città, espugnò il Broletto facendo un centinaio prigionieri, e inviò un distaccamento a corso Monforte per liberare il vice-governatore. Questi, invece, era stato preso in ostaggio e trasferito, da Manara e Cernuschi, con una delegazione dei campioni dell’opposizione legale – Casati, Bellati e Antonio Beretta (rappresentanti municipali), Enrico Guicciardi (funzionario pubblico), Marco Greppi e Vitaliano Borromeo (nobili moderati), e Paolo Bassi (matematico, podestà succeduto a Casati) -, al palazzo del conte Carlo Vidiserti. Qui si costituì il Comitato centrale e vennero ricevuti i consoli europei, pensando alla possibilità di negoziare un armistizio.
Il giorno 20 marzo, nel palazzo del conte Carlo Taverna, il filosofo Carlo Cattaneo, recatovisi dal giorno prima, convinse i presenti che era necessario formare un organismo più efficiente nel guidare la lotta contro gli austriaci. Venne, perciò, messo a capo del Consiglio di guerra, composto da Cernuschi, l’ufficiale Giulio Terzaghi, con affermata esperienza e carriera militare, e dal marchese Giorgio Clerici, nominato capo dello stato maggiore delle colonne mobili. O’Donnell dovette leggerne il verbale per sua diretta conoscenza. Cattaneo impedì a Casati, e la sua fazione politica conservatrice, di accettare una prima offerta di tregua di quindici giorni da parte di Radetzky, che intendeva riorganizzarsi e ricevere rinforzi da Vienna. Il Consiglio di guerra, con una forte componente federalista e democratica, diresse la lotta urbana, organizzando la resistenza e pianificando l’attacco a punti nevralgici. La strategia si disciplinava in pochi ma precisi obiettivi che consistevano in isolare ed eliminare i centri di resistenza dei soldati all’interno della cerchia dei navigli, passare a quella più larga dei bastioni per spezzare il blocco austriaco, e riuscire a stabilire un collegamento con le campagne e le città vicine per indurre Radetzky alla capitolazione. Fu il nucleo pulsante che garantì la continuità e l’efficacia dell’azione di piazza, trasformando un moto spontaneo in una vera operazione.
Incuranti dell’ultimatum, i milanesi avevano, infatti, innescato combattimenti a ogni angolo di strada. Vennero saccheggiati i negozi di armi e, persino, i musei e la galleria di pezzi da collezione del nobile Ambrogio Uboldo, in via Pantano, pur di procurarsi qualunque oggetto atto a offendere. Stretta nelle vecchie mura spagnole e i navigli, una popolazione civile di 150 mila abitanti, assaltò le caserme e altre posizioni tenute dagli austriaci, alimentando l’arsenale rivoluzionario. Il mobilio veniva gettato in strada per costruire barricate, altre erano formate con lastre granitiche divelte dai marciapiedi, queste erano difese anche dalle finestre e dai tetti, si crearono barricate mobili. Le abitazioni vennero, dove necessario, private di muri interni per creare vie di comunicazione più rapide. Le vie furono dissestaste, e cosparse di ferri e vetro, per rendere impossibile l’azione della cavalleria asburgica. Il centro urbano fu trasformato in un reticolo inespugnabile, di 1.700 barricate, dove si battevano uomini e donne, fra i quali operai, artigiani, domestici, lavandai, tessitori, legatori, fruttivendoli, tintori, macellai, membri del clero e mendicanti. Gli orfani dell’Istituto San Martino, i Martinitt, agendo da staffette, assicuravano il coordinamento fra il comando centrale e quelli periferici. Conquistato Palazzo Reale dal popolo che sventolava il tricolore, uno dei punti di riferimento dell’esercito austriaco, e viste le ingenti perdite, Radetzky diede ordine a tutti i distaccamenti di arretrare e trincerarsi al Castello Sforzesco, mantenendo solo il controllo della cinta muraria. Ciò consentì al conte Luigi Torelli, arrivato da palazzo Taverna, per verificare gli eventi, di scalare il Duomo con tre compagni, e porre una bandiera sulla guglia di San Giorgio, e poi sulla Madonnina, dove prima erano appostati i tiratori scelti tirolesi.
La mattina del 21 marzo, fu una delegazione di consoli stranieri, in coordinamento con il Comitato centrale, a presentare la possibilità di una nuova tregua. Il secondo rifiuto del Consiglio di guerra inquadrò Cattaneo, in opposizione a Casati, come il vero capo, anche politico, della rivolta, quello che poteva contare sul seguito delle masse e, in definitiva, colui che riuscì a portare a compimento la vittoriosa insurrezione popolare, ma mise altresì in evidenza la distanza incolmabile tra la corrente riformista e repubblicana di Cattaneo e quella reazionaria e filo-monarchica di Casati. Il conte Enrico Martini, rientrato fortunosamente da Torino, dove si era recato di sua propria iniziativa, nel pomeriggio, recò un dispaccio che dichiarava Carlo Alberto pronto a intervenire, a patto che la municipalità gli facesse pervenire una esplicita domanda di soccorso, intesa a tacitare l’allarme che il suo intervento in Lombardia, avrebbe generato fra i regnanti europei. Per dare peso alla richiesta, sarebbe stato, in aggiunta, necessario che la municipalità si costituisse in Governo provvisorio. Il Comitato centrale, integrato in prevalenza da aristocratici di orientamento moderato o conservatore, nonostante il parere contrario dei democratici, aveva approvato una risoluzione analoga, per inviare al re, tramite il conte Francesco Arese, una generica richiesta d’aiuto, sottoscritta da varie personalità milanesi.
Cattaneo con la sua logica stringente, motivò il suo dissenso affermando: “In questo momento siamo padroni del nostro destino. Perché alienarlo, affidandolo senza alcuna garanzia, nelle mani di un Principe che, già un’altra volta, tradì il popolo milanese e lo abbandonò alla vendetta austriaca? Prima finiamola col nemico, poi vedremo con chi ci si debba intendere”. Rifiutò pure la proposta di una votazione dei cittadini per invocare il sostegno di Carlo Alberto, e alle insistenze del conte Enrico Martini, si oppose con una famosa lettera: “[…] Noi battiamo giorno e notte le campane per chiamare aiuto, se il Piemonte accorre generosamente, avrà la gratitudine dei generosi d’ogni opinione. La parola gratitudine è la sola che possa far tacere la parola repubblica, e riunirci in un unico volere”. Le giustificazioni erano difficile da smontare, ma Cattaneo e i suoi seguaci non erano la maggioranza ed esprimevano l’idea di una forma istituzionale autonoma o federale che la Lombardia avrebbe potuto assumere nel prossimo futuro. Nella notte tra il 21 e il 22 marzo, Casati e i suoi accoliti diedero vita a un governo provvisorio, che auspicava a una fusione con la monarchia piemontese, presieduto dal podestà. Casati nominò esponenti dell’aristocrazia liberale e ai democratici rimase solo la nomina a segretario di Correnti. Cattaneo presentò le dimissioni del Consiglio di guerra, proponendo di fonderlo con il Comitato di difesa appena costituito, che all’opposto ne rimase escluso.
Nell’arco della giornata del 22 marzo, si tentò dapprima la conquista di Porta Comasina, per permettere l’ingresso delle colonne di volontari dalla Valtellina, ma la carica fu respinta. Poi, fu la volta di Porta Ticinese, anche lì senza successo. Più fortuna, ebbe un terzo assalto, guidato da Luciano Manara, a Porta Tosa (l’attuale Piazza Cinque Giornate, per questo motivo chiamata, in seguito, Porta Vittoria). La conquista avvenne a notte fonda e segnò la vittoria delle Cinque giornate di Milano e la ritirata delle forze di occupazione. Sebbene ancora il Castello Sforzesco e le mura spagnole fossero in mano austriaca, e così pure, fino a quel momento, le porte, gli insorti controllavano pressoché tutte le strade sia dentro sia fuori dalla città; perciò Radetzky, rimasto a corto di viveri e rifornimenti, per le azioni diversive dei rivoltosi delle campagne, suo malgrado, decise di abbandonare lo scontro, sperando di riuscire, con la guarnigione decimata – aveva avuto perdite ingenti di almeno 4 mila morti fra i suoi 10-12 mila soldati -, a raggiungere il Quadrilatero. All’alba del 23 marzo, dopo aver riaperto tutte le porte della città, Milano accolse i volontari provenienti da Varese, Lecco, e Genova. Carlo Alberto annunciò ai popoli della Lombardia e del Veneto che stava accorrendo con il suo esercito, malgrado quella battaglia fosse stata vinta.
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.