Rohingya, non solo vittime

Le immagini delle masse disperate in fuga sono ancora vivide nella memoria. L’aggressione contro i rohingya, indigeni dello stato di Rakhine, nell’area nord-occidentale del Myanmar, ha avuto un picco drammatico poco meno di due anni fa, con centinaia di morti e l’esodo di più di 725 mila persone verso la frontiera con il Bangladesh.

Il processo di democratizzazione del Myanmar, iniziato nel 2011, purtroppo è stato caratterizzato da ostilità fra lo stato e fazioni etno-religiose minoritarie, fra cui i rohingya. Il 25 agosto del 2017 una formazione insurrezionalista, di matrice islamica, nota come l’esercito della salvezza rohingya arakan, attacca una base militare e altre postazioni di sicurezza nel Rakhine. La reazione prende le dimensioni di un’operazione di pulizia etnica. Se pur giustificata come una misura di difesa e protezione, rapporti basati su verifiche sul terreno parlano di crimini di lesa umanità e genocidio.

La maggioranza degli sfollati risiede in campi in Bangladesh, il più grande dei quali è Cox’s Bazar. D’altra parte, i rohingya sono stati oggetto di repressione dal 1962, con l’ascesa della dittatura del generale Ne Win, e la riforma del loro status speciale nel 1982, mediante la legge di cittadinanza, che non li riconosceva più come gruppo etnico – in Myanmar esistono 135 popoli autoctoni. Questa situazione di discriminazione istituzionalizzata ha provocato movimenti forzati di individui, famiglie e interi villaggi nel corso degli ultimi decenni, e la conformazione di una folta diaspora che abbraccia diversi continenti. Comunità rohingya sono presenti in Canada, Irlanda, Arabia Saudita, Australia, Regno Unito e Stati Uniti.

Il Canada è stato uno dei primi a offrire ricollocamento ai rifugiati rohingya da Cox’s Bazar alla regione dell’Ontario, Kitchener-Waterloo, già nel 2006. Questi hanno esercitato pressioni senza sosta affinché il governo assegnasse 300 milioni di dollari da investire, in un periodo di tre anni, per migliorare le condizioni di vita nei campi. Da questo lavoro di lobby, scaturisce anche il gesto simbolico, di revocare la cittadinanza onoraria a Aung San Sui Kyi, leader de facto del Myanmar, premio Nobel per la Pace, a capo della resistenza non violenta durante gli anni di duro regime.

Le diaspore possono giocare un ruolo significativo nel contesto dei paesi di origine, sollecitando attenzione su problematiche che altrimenti verrebbero presto dimenticate, alimentando il dibattito sul piano internazionale, e inviando rimesse che in tempi di guerra o difficoltà sono vitali per la sopravvivenza di quanti sono rimasti. Tuttavia, in alcuni casi nella storia contemporanea, hanno anche influito in maniera negativa, esacerbando conflittualità e scontri armati, che hanno colpito con mano pesante anche sui civili.

I membri della diaspora rohingya hanno assunto un ruolo nella risoluzione della crisi e la negoziazione della pace. I rifugiati si sono costituiti in organizzazioni, che si sono riunite anche con l’inviato speciale dell’Onu in Myanmar, e hanno discusso con esperti il suo rapporto ufficiale; sono inoltre emersi leader forti, equipaggiati con una chiara coscienza dei propri diritti, conoscenze e capacità, che partecipano in modo assidua e mirata a conferenze e seminari in prestigiose università e centri di ricerca nel mondo. Non solo vittime, dunque, ma attivisti con prospettiva politica.

 

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