La lotta per la sopravvivenza delle donne e le ragazze yemenite

Lo Yemen è uno degli stati arabi più poveri e con l’indice più alto di mortalità materna. La guerra è scaturita da una fallita successione politica, che avrebbe dovuto portare stabilità all’indomani della “primavera araba”, che nel 2011 forzò l’autoritario presidente, Ali Abdullah Saleh, a dimettersi, dopo essere stato al potere per trentatré anni. Il suo sostituto, Abdrabbuh Mansour Hadi, si è cozzato con numerosi problemi, da attacchi jihadisti a un moto separatista, e la continua lealtà a Saleh degli apparati della sicurezza, fino alla corruzione endemica e un’insostenibile tasso di disoccupazione.

Il movimento houti, della minoranza sciita, protagonista di contrasti con il passato regime di Saleh, avvantaggiandosi della debolezza del nuovo mandatario, ha preso controllo di importanti porzioni di territorio e, alimentato da gruppi delusi dalla transizione, inclusi membri della maggioranza sunnita, nel 2015, ha conquistato la capitale Sana’a e obbligato Hadi all’esilio. L’Arabia Saudita con otto nazioni arabe di confessione sunnita hanno allora cominciato una campagna aerea per restaurare il governo di Hadi e cercare di contrastare l’influenza dell’Iran sciita nell’area. La coalizione è supportata da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. All’inizio dell’offensiva, l’Arabia Saudita aveva previsto un decorso di alcune settimane. Sono seguiti, tuttavia, quattro anni di impasse militare.

Anjali Sen rappresenta il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa per la sigla in inglese). In questa intervista, analizziamo l’impatto del conflitto sui civili, e in particolare sulle vite delle donne in diverse fasce anagrafiche, le cui condizioni di vulnerabilità sono state acuite dalla combinazione di una serie di fattori endogeni ed esogeni.

MP: La guerra in Yemen ha scatenato la crisi umanitaria più dura del mondo: decine di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi, 14 milioni sono a rischio di morte per inedia e una vasta epidemia di colera si è diffusa nel paese. A cosa può contribuire l’Unfpa in questo scenario?

AS: Le grandi vittime di questa catastrofe sono le donne e le adolescenti. Le loro probabilità di sopravvivenza non dipendono solo dalla disponibilità di cibo e un rifugio, ma anche dall’accesso a servizi basici di salute sessuale e riproduttiva. Il nostro ruolo è quello di prendere in carico questi bisogni specifici, nella fuga da zone di scontro, nei luoghi dove si raccolgono i profughi, e sulla linea del fronte. Siamo la sola entità dispensatrice di farmaci essenziali per la prevenzione e il trattamento nel campo riproduttivo presente in Yemen. Nel 2018, abbiamo raggiunto un milione di donne in età fertile e vogliamo arrivare a cinque per la fine del 2019. La cooperazione non è la soluzione al conflitto, ma non vi si può prescindere, fino a quando il processo di pace non metterà fine alla terribile sofferenza di cui siamo testimoni.

MP: Secondo varie fonti, al momento, solo il 35 per cento delle strutture ginecologiche e di attenzione materno-infantile è funzionante, o semi-funzionante. Quali azioni avete messo in atto per compiere l’obiettivo a cui ha accennato?

Investiamo nell’operatività delle cliniche esistenti, dove mancano personale e medicinali, e le apparecchiature sono obsolete o danneggiate. Negli ultimi due anni, i lavoratori della salute sono stati retribuiti in maniera irregolare, o non lo sono stati affatto, lasciando il paese con 10 addetti ogni 10 mila abitanti, ossia meno della metà del parametro stabilito dall’organizzazione mondiale della sanità. In aggiunta, abbiamo allestito sale domestiche e ci avvaliamo di team mobili per tagliare i costi, sia in termini economici sia di incolumità, implicati nel trasporto a centri ospedalieri di pazienti ubicate in località  remote. Circa sei milioni di donne e ragazze fertili, e un milione gravide o in fase di allattamento, attendono aiuto. Sono malnutrite, traumatizzate, esposte a episodi di aggressione, e in molti casi sole. Parecchie migliaia partoriranno neonati prematuri, sottopeso o con seri limiti alla crescita, e soffriranno di complicazioni pre e post-parto, con conseguenze durature.

MP: In quali altre sfere vitali le donne e le bambine pagano il prezzo della guerra in Yemen?

Oltre un milione e mezzo di donne sono sfollate, di queste il 27 per cento sono bambine e adolescenti. La carenza di soluzioni abitative di emergenza, le espone ad azzardi di assalto fisico, psicologico e sessuale, e allo sfruttamento della loro manodopera. Le 830 mila ragazze fuoriuscite dal sistema scolastico costituiscono intere generazioni perdute che non avranno significative opzioni future per garantirsi mezzi di sussistenza e sviluppare il proprio potenziale umano.

MP: Spesso nelle società a forte struttura patriarcale, l’assenza degli uomini impegnati nel combattimento, o deceduti in battaglia, determina la ricaduta del peso del mantenimento familiare su donne senza abilità tecnico-professionali, in contesti dove le opportunità di reddito scarseggiano, e la mobilità femminile è ristretta da retaggi culturali e vincoli relazionati con il conflitto. Qual è la situazione in Yemen?

Ha toccato un punto chiave. Il 21 per cento delle famiglie è sostenuto da una ragazza di età inferiore ai diciotto anni. La pressione è ingente. Una tradizione discriminatoria le ha private dell’educazione e la formazione necessarie per partecipare nel mondo del lavoro, e le circostanze della guerra le hanno invece catapultate nella posizione di dover provvedere per gruppi allargati composti da bambini, anziani, malati cronici o soggetti con handicap. Senza un adeguato appoggio, queste capo famiglia in erba diventano vittime di contingenze che ne ledono tutti i diritti e le relegano in un ciclo irreversibile di indigenza e subordinazione. Purtroppo, persino nei nuclei dove questi strappi non si sono dati, il collasso dei meccanismi di welfare, e dei servizi annessi, ha esasperato i livelli di stress, e la violenza domestica in Yemen è aumentata del 36 per cento fra il 2016 e il 2017.

MP: I matrimoni forzati di bambine sono sempre stati una piaga nel paese, uno dei pochi nella regione dove l’età minima per le unioni non è regolata per legge, e i tentativi di introdurre la soglia legale dei diciotto anni sono stati interrotti dall’insorgere delle rivalità. La vendita di bambine a sposi adulti, in cambio di un compenso alle famiglie di origine, incrementa laddove l’economia precipita. E’ lecito pensare che lo Yemen non si sia sottratto al trend?

Certamente. Un’inchiesta del 2013 rivela che quasi il 32 per cento delle donne si è sposata prima dei diciotto anni, e un 9 per cento abbondante prima dei quindici. Oggi i matrimoni precoci sono diventati una crudele strategia di conservazione e difesa. I genitori danno in sposa le figlie per essere sollevati dal loro sostentamento o perché credono che la famiglia del marito possa garantirne una migliore tutela. Uno studio condotto dall’Unicef a dicembre del 2016 ha dimostrato un allargamento drammatico della pratica durante il conflitto, in special modo nelle provincie rurali di Shmar, Hajjah, Al-Hudaydah e Aden. I risultati mostrano che il 72.5 per cento delle intervistate ha contratto matrimonio senza avere la maggiore età e il 44.5 per cento molto sotto i quindici anni.

 

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano indipendente online di geopolitica e politica estera Notizie Geopolitiche.

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2 thoughts on “La lotta per la sopravvivenza delle donne e le ragazze yemenite

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  1. I colloqui fra gli insorti Huthi e le forze lealiste per la spartizione dei proventi del porto di Hudayda sul Mar Rosso si sono interrotti. Un altro fallimento della mediazione delle Nazioni Unite che non riescono nemmeno a garantire un corridoio umanitario.

  2. L’annuncio del parziale ritiro delle truppe degli Emirati Arabi Uniti, parte della coalizione saudita dal 2015, e l’intenzione del paese di spostare l’accento dall’intervento militare alla negoziazione politica, è un buon segnale, che potrebbe essere seguito da altri.

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