Esodo venezuelano

Da quando Nicolás Maduro è salito al potere, dopo la morte di Hugo Chávez nel 2013, il bolivar venezuelano ha perso il 99.99 per cento del suo valore contro il dollaro statunitense sul mercato nero locale.  Sebbene il tasso sia stato tenuto controllato dal 2003, pochi venezuelani possono avvalersi del cambio ufficiale.  Maduro parla di una “guerra economica” ai danni dello stato socialista, sferrata dai propri opponenti, in testa ai quali gli Stati Uniti d’America.

Una volta tra le realtà latinoamericane più ricche, il Venezuela è stato duramente colpito dalla caduta del prezzo del petrolio dal 2014 in avanti.  La situazione è poi precipitata a seguito di una gestione azzardata delle politiche fiscali da parte di Maduro.  Circa 2.3 milioni hanno lasciato il paese dall’insediamento di Chávez nel 1999, di cui quasi 1.5 milioni negli ultimi tre anni, a radice dell’implosione dell’economia, e la scarsità di beni primari, cibo e medicine.

Per quanto le cifre siano straordinarie, gli analisti dicono che questo potrebbe essere solo l’inizio di un fenomeno di maggiori proporzioni.  Facciamo il punto con Juan Carlos Murillo González, avvocato esperto di protezione internazionale, responsabile dell’unità legale regionale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur).

MP:  Lo stato di Roraima, limitrofo al Venezuela, dove si sono verificati incendi dolosi in campi rifugiati, ha interpellato la corte suprema un blocco temporaneo del flusso.  Il ministro degli interni ha affermato che chiudere le porte è “impensabile, perché illegale”, tuttavia ha dispiegato l’esercito sul confine.  Com’è il contesto in Brasile in questo momento?

JCM:  Nonostante alcuni episodi, provocati da elementi violenti della popolazione autoctona, il Brasile ha predisposto una risposta integrale alle necessità umanitarie dei migranti e dei rifugiati di nazionalità venezuelana.  Questa risposta spazia dalla ricezione e la sistemazione in centri di accoglienza a meccanismi di regolarizzazione migratoria e determinazione della condizione di rifugiati.  Per allentare la pressione sul Roraima, viene facilitata la rilocazione di coloro i quali vogliano stabilirsi in altre zone, accompagnata da processi di integrazione.

MP:  Il ponte internazionale di Rumichaca è diventato noto per le code interminabili e i bivacchi in attesa di notizie dagli uffici di immigrazione dell’Ecuador, dato che il paese, nel quale hanno transitato un milione di individui dall’inizio della crisi – 250 mila stabilitevisi, ha introdotto l’obbligo del passaporto anche per i latinoamericani per fare ingresso nel proprio territorio.  I venezuelani in possesso di un passaporto sono pochi, a causa delle difficoltà burocratiche e la penuria di carta per la produzione.  Quali potrebbero essere le conseguenze di un imbottigliamento di questa portata?

JCM:  I venezuelani in fuga sono sprovvisti di documentazione.  I costi per l’emissione o il rinnovo sono molti alti.  Il nuovo requisito rende ancora più arduo l’accesso nei luoghi dove possono trovare protezione e, nelle circostanze attuali, aumenta la vulnerabilità dei soggetti, che si vedono esposti a rischi addizionali congeniti ai movimenti irregolari, tra i quali il traffico illecito di migranti, la tratta di persone, l’abuso e lo sfruttamento sessuale e lavorativo, l’arruolamento forzato.

MP:  Perù e Cile, in fasi diverse, origine di emigrazione economica e politica, hanno studiato misure simili; per esempio, la presentazione di certificati penali impossibili da reperire in un apparato amministrativo nel caos e il versamento di somme di denaro.  E’ un indicatore del polso della cultura di solidarietà latinoamericana?

JCM:  La magnitudine della diaspora non ha precedenti nella storia recente dell’America Latina e i Caraibi.  Si è creata un’ingente pressione sulla capacità di assorbimento dei centri abitati e la copertura dei servizi.  La tradizionale solidarietà regionale terrà il passo se i programmi di assistenza ai migranti si estenderanno alle comunità, in modo che i poveri non si sentano esclusi o prevaricati, e i migranti non vengano percepiti come degli antagonisti nella fruizione di risorse di per sé limitate.  E’ pure fondamentale dare visibilità alla fragilità generata dal vissuto della migrazione e del rifugio, affinché si possa autenticamente comprenderne l’intrinseca drammaticità.

MP:  Nel 2018, secondo i dati dell’Acnur, i venezuelani hanno inoltrato più di 363 mila petizioni di asilo nel mondo, di cui circa 150 mila in Perù e 65 mila in Brasile, cifra in crescita rispetto all’anno anteriore.  Come si preparano queste nazioni a far fronte a quanto ne consegue?

JCM:  I sistemi nazionali per la determinazione dello status di rifugiato in America Latina non sono pronti per sostenere questa mole di domande singole in continua espansione.  Per questo motivo, sarebbe opportuno adottare criteri collettivi o gruppali.  L’Acnur raccomanda che i paesi si ispirino alla Dichiarazione di Cartagena sui Rifugiati del 1984 per erogare formule di protezione [conosciuta per il suo ampliamento della definizione di rifugiato, strumento cruciale per i rifugiati centroamericani nel decennio degli anni ottanta, ndr].

MP:  Colombia e Argentina si sono distinte per aver emesso in tempi brevi documenti speciali di residenza, con facoltà di usufruire di prestazioni sociali, e permessi di lavoro, inclusi la carta migratoria bi-nazionale nel caso della Colombia e la residenza Mercosur (mercato comune del sud) in quello dell’Argentina.  Strumenti affini sono stati gradualmente applicati da altri nell’ambito delle normative interne, fra cui il visto democratico in Cile e il visto Unasur (unione delle nazioni sudamericane) in Ecuador.  C’è spazio politico per un’azione concertata a livello regionale?

JCM:  I numeri continuano a lievitare e, con il persistere dell’emergenza umanitaria, i governi sono sempre più coscienti dell’urgenza di assumere un approccio congiunto, fatto di soluzioni concrete.  Ciò è stato raccolto nella Dichiarazione di Quito sulla mobilità dei cittadini venezuelani nella regione [firmata da 11 esecutivi, la prima valutazione della cui applicazione è prevista per la seconda metà di novembre, ndr].  Dal canto loro, l’Acnur e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni hanno nominato Eduardo Stein [membro del Inter-american Dialogue, think-tank per gli affari internazionali con sede negli Stati Uniti, già ministro degli affari esteri e vice-presidente del Guatemala, ndr] come rappresentante speciale per i rifugiati e i migranti venezuelani.  I paesi dovrebbero però esprimere migliore cooperazione nel quadro del Patto Mondiale sui Rifugiati [proposto all’adozione ufficiale dell’assemblea generale, successivamente a una stesura, affidata all’Acnur, che ha coinvolto soggetti governativi e non governativi, privati profit e non profit, istituzioni finanziarie, organizzazioni della società civile, ndr] attraverso la mobilizzazione di capitali finanziari e forme di responsabilità condivisa.

MP: Il segretario generale dell’organizzazione degli stati americani, in visita a Cúcuta, città colombiana di transito, ha detto che un intervento militare alle spese di Nicolás Maduro non è da scartarsi.  Credi che sia uno scenario possibile?  Tale eventualità ingrosserebbe le fila dei disperati.

JCM:  Si tratta di un esodo senza eguali, la cui complessità ha messo tutti alla prova.  Le mete sia di transito sia di destinazione hanno mantenuto le frontiere aperte e dimostrato generosità, reiterando in molteplici occasioni che si richiede uno sforzo coordinato vis-à-vis alle migliaia di profughi in continuo arrivo.  Allo stesso tempo, favoriscono un esito pacifico all’interno del Venezuela, mediante il dialogo fra gli attori coinvolti.  Bisogna auspicare che questi siano i valori che continuino a prevalere.

 

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano indipendente online di geopolitica e politica estera Notizie Geopolitiche.

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